
Nelle cause di separazione e negli altri procedimenti familiari, la violenza contro le donne viene davvero riconosciuta? Una domanda semplice solo in apparenza, da cui ha preso avvio la ricerca accademica promossa da Thamaia ETS in collaborazione con il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Catania e con il Tribunale di Catania.
Il lavoro – realizzato nell’ambito del progetto FutuRAE, finanziato dal Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri – è stato presentato il 21 settembre al Tribunale etneo, nel corso di un evento formativo per avvocati e avvocate.
Curata dalla borsista di ricerca Veronica Malfa, sotto la responsabilità scientifica della prof.ssa Adriana Di Stefano, la ricerca ha analizzato 105 fascicoli della Prima Sezione Civile del Tribunale di Catania, competente in materia di famiglia, relativi a procedimenti di separazione, affidamento dei figli e ordini di protezione, nei quali erano presenti allegazioni di violenza maschile contro le donne. Sono state inoltre analizzate 34 relazioni tecniche e tre case studies clinici.
I risultati mostrano uno scarto netto: nel 90,48% dei fascicoli i minori risultano esposti alla violenza, ma solo nell’8,57% sono espressamente riconosciuti come vittime autonome; la valutazione del rischio di escalation compare solo nel 9,5% dei provvedimenti. Nel 55,2% delle relazioni tecniche prevale inoltre un paradigma conflittuale, con il rischio di ricondurre la violenza a un semplice conflitto familiare. Solo nel 4,76% dei casi c’è un invito alla mediazione, dato assolutamente positivo in ottemperanza alle indicazioni della Convenzione di Istanbul.
I dati rilevati mostrano, inoltre, una risposta tempestiva in linea con quanto prescritto dagli artt. 49 e 50 della Convenzione di Istanbul.
«Il modo in cui le istituzioni riconoscono o no la violenza maschile non è mai neutrale. Da quel riconoscimento dipendono la possibilità per una donna di uscire definitivamente dalla violenza, la sicurezza dei suoi figli e delle sue figlie, la concreta attuazione dei suoi diritti fondamentali» ha affermato la presidente di Thamaia Anna Agosta.
Per anni l’attenzione si è concentrata sulla risposta penale; nella giurisdizione civile si decidono però affidamento, responsabilità genitoriale, tempi di frequentazione e protezione dopo la separazione. La ricerca richiama anche le criticità evidenziate dal GREVIO, il gruppo di esperte del Consiglio d’Europa che monitora la Convenzione di Istanbul: la tendenza a confondere violenza e conflitto familiare, gli stereotipi di genere, modelli interpretativi privi di fondamento scientifico e il rischio che l’applicazione automatica della bigenitorialità oscuri la violenza e comprometta la sicurezza di donne e minori.
“Questa ricerca nasce dall’esperienza politica del nostro Centro Antiviolenza che da oltre vent’anni accompagna le donne nei percorsi di fuoriuscita dalla violenza – ha continuato la presidente di Thamaia –. Da qui la necessità di trasformare questa esperienza in conoscenza pubblica e metterla a disposizione delle istituzioni. Osservare criticamente il funzionamento della giustizia civile non significa mettere in discussione l’operato della magistratura, ma contribuire al rafforzamento della sua capacità di garantire diritti. La ricerca, per un Centro Antiviolenza, non rappresenta un’attività separata dall’accoglienza. Ne costituisce il naturale sviluppo”.
All’evento hanno preso parte: Vera Marletta, presidente I Sez. Civile Tribunale di Catania; Liliana Todaro, procuratrice aggiunta a Catania; Corrado Adernò, delegato dal presidente dell’Ordine etneo Avvocati e Denise Caruso, presidente del Comitato Pari Opportunità; Salvatore Angelo Zappalà, delegato del Rettore alle Politiche di genere; Monica Velletti, presidente Sez. I e IX del Tribunale di Roma, ed Elvira Reale, psicologa e psicoterapeuta, entrambe consulenti della Commissione bicamerale sul femminicidio; M. Concetta Gennaro, giudice I Sez. Civile Tribunale di Catania; e Ludovica Poli dell’Università di Torino.
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