
A scuola non si impara soltanto sui libri. Si impara anche a stare con gli altri, a riconoscere un limite, a gestire un conflitto e, soprattutto, a chiedere aiuto quando qualcosa non va. È proprio da questa consapevolezza che parte il percorso avviato all’Istituto Comprensivo Ilaria Alpi di Milano, dove il contrasto al bullismo viene affrontato non soltanto quando il problema esplode, ma lavorando prima sulle relazioni, sull’ascolto e sul senso di appartenenza. Un approccio che mette in discussione una vecchia idea di scuola: quella che interviene soltanto per sanzionare, invece di costruire gli strumenti per prevenire.
Tornare tra i banchi non significa soltanto riaprire libri e quaderni. Per molti studenti significa anche ritrovare dinamiche, relazioni, amicizie e conflitti che possono determinare profondamente il modo in cui si vive la scuola. È da questa consapevolezza che prende forma il percorso avviato all’Istituto Comprensivo Ilaria Alpi di Milano con il sostegno di SOS Villaggi dei Bambini ETS: un progetto che mette il benessere relazionale al centro dell’esperienza educativa e prova a spostare l’attenzione dalla sola gestione dell’emergenza alla prevenzione.
L’obiettivo è costruire una comunità scolastica nella quale studenti, insegnanti e famiglie possano riconoscere prima i segnali di disagio, affrontare i conflitti e intervenire quando una relazione diventa fonte di sofferenza. Perché una scuola può essere formalmente inclusiva, ma non essere realmente un luogo nel quale un ragazzo si sente ascoltato, rispettato e al sicuro. E proprio qui si gioca una parte importante della sua capacità di apprendere e di stare nella comunità.
Uno degli elementi più interessanti del modello è la distinzione tra conflitto e bullismo. Due studenti possono entrare in conflitto, ma il bullismo presuppone una dinamica diversa, nella quale una persona subisce una prevaricazione e non si trova necessariamente nella condizione di difendersi sullo stesso piano.
«Il bullismo non va confuso con un conflitto tra pari: non ci sono due parti sullo stesso piano, ma una prevaricazione ripetuta che rischia di lasciare sola la vittima», spiega Guendalina Dell’Anno, referente del Programma di Sostegno Familiare di Milano di SOS Villaggi dei Bambini.
Da qui parte l’approccio riparativo, che non significa cancellare le responsabilità né sostituire le regole, ma aggiungere alla risposta disciplinare un lavoro sulle conseguenze delle proprie azioni. Chi ha subito deve essere tutelato; chi ha provocato il danno deve essere aiutato a comprenderne l’impatto e, quando possibile, a contribuire alla sua riparazione. È una prospettiva che prova a trasformare un momento di crisi in un’occasione educativa, senza confondere comprensione con giustificazione.
Il progetto lavora anche su un terreno meno visibile ma decisivo: quello della prevenzione. Gli studenti vengono accompagnati a riconoscere emozioni e bisogni, a comprendere l’effetto dei propri comportamenti e a sviluppare strumenti per affrontare le tensioni prima che degenerino. Parallelamente, i docenti ricevono formazione e accompagnamento per imparare a leggere le dinamiche del gruppo classe e intervenire in modo più consapevole:
«Negli incontri svolti da inizio anno è emersa con forza la volontà dei ragazzi e delle ragazze di parlare, aprirsi e soprattutto essere ascoltati», racconta Roberta Bellino, dirigente scolastica dell’Istituto Comprensivo Ilaria Alpi.
Il dato è significativo perché spesso il disagio scolastico non arriva accompagnato da segnali evidenti: può assumere la forma dell’isolamento, del silenzio, della perdita di interesse, dell’assenza o di un progressivo distacco dalla vita scolastica. Intercettarlo quando è ancora possibile intervenire può fare la differenza anche nella prevenzione della dispersione.
A rendere particolarmente attuale questo tipo di intervento sono anche i dati sul benessere degli adolescenti. Secondo una ricerca realizzata da SOS Villaggi dei Bambini nel 2025 su ragazzi tra i 12 e i 18 anni, soltanto il 54% dichiara di sentirsi sempre o spesso al sicuro a scuola. Il 36% afferma inoltre di conoscere coetanei che hanno ricevuto messaggi sessuali indesiderati, mentre uno su due ha assistito almeno una volta a un episodio di contatto fisico indesiderato tra pari. Il quadro si inserisce in un fenomeno più ampio: secondo i dati citati dall’organizzazione, il 21% degli adolescenti subisce episodi di bullismo almeno una volta al mese e il cyberbullismo coinvolge circa un giovane su tre.
Numeri che suggeriscono una riflessione più ampia sul ruolo della scuola. Non basta intervenire quando il problema esplode, così come non può essere delegato tutto agli insegnanti o alle famiglie. La sicurezza emotiva, la qualità delle relazioni e la capacità di gestire i conflitti sono parte integrante dell’educazione. Il percorso dell’Ilaria Alpi, destinato a proseguire nell’anno scolastico, parte proprio da qui: dall’idea che prevenire non significhi aspettare il primo episodio, ma costruire quotidianamente le condizioni perché quell’episodio abbia meno possibilità di verificarsi. Perché imparare a stare insieme, prima ancora di essere una competenza sociale, è una delle prime forme di educazione.
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