
CATANIA – Muoversi in auto all’ombra dell’Etna non è mai stato così caro. Secondo gli ultimi dati ufficiali del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT), analizzati dal Codacons e aggiornati alla fine di giugno 2026, la Sicilia si posiziona maglia nera in Italia per il costo di benzina e gasolio, registrando i prezzi medi alla pompa più alti del Paese.
Si tratta di una vera e propria stangata per le migliaia di automobilisti della provincia di Catania, costretti ogni giorno a mettersi alla guida per raggiungere il posto di lavoro, l’università o le aree commerciali del capoluogo, dovendo fare i conti con un trasporto pubblico che non riesce a coprire in modo capillare l’hinterland.
I dati evidenziano un divario netto e penalizzante rispetto al resto della penisola. Nell’Isola la benzina in modalità self service si attesta su una media di 1,828 euro al litro (contro l’1,811 della media nazionale). Chi si sposta con un veicolo a gasolio subisce un impatto ancora più duro: il diesel self ha superato la soglia critica dei diciannove decimi, raggiungendo i 1,913 euro al litro a fronte di una media italiana di 1,895 euro.
Questo significa che i siciliani pagano quasi 2 centesimi in più al litro rispetto alla media nazionale. Un divario apparentemente piccolo che però, calcolato sui volumi di un intero mese di pieni, pesa come una tassa fissa sui bilanci di famiglie e imprese.
Per chi risiede nella provincia etnea, l’automobile non è un optional ma una necessità assoluta. Dai comuni come Giarre, Acireale, Belpasso o Paternò fino ai centri del Calatino (come Caltagirone), l’auto rappresenta spesso l’unico strumento per raggiungere i nodi nevralgici della provincia.
Ogni giorno, flussi interminabili di vetture congestionano la Tangenziale di Catania, i caselli della A18 Catania-Messina o i raccordi della SS121 e della SS114. Sono lavoratori diretti alla Zona Industriale, studenti diretti alla Cittadella Universitaria o cittadini che devono raggiungere i poli ospedalieri (come il Policlinico o il Garibaldi Nesima). Senza una rete di collegamenti ferroviari o di autobus extraurbani rapida e frequente, l’impennata dei carburanti colpisce direttamente chi non ha alternative.
Per chi abita nei comuni della fascia pedemontana – da Nicolosi a Pedara, da Trecastagni a Zafferana Etnea, fino a Mascalucia e San Giovanni La Punta – la stangata del caro-carburante ha un sapore ancora più amaro. In queste zone, l’automobile non è un’opzione, ma spesso l’unico ponte verso Catania. I collegamenti pubblici a corto raggio sono storicamente carenti e chi deve raggiungere l’università o l’ufficio a valle non ha alternative alla propria vettura.
A questo si aggiunge un fattore strutturale ed economico non indifferente: la morfologia del territorio. Percorrere ogni giorno chilometri in salita per tornare a casa, affrontando i forti dislivelli tipici delle strade dell’Etna, comporta un consumo di carburante nettamente superiore rispetto a chi si sposta in pianura. Per i residenti dei paesi etnei, dunque, il rincaro alla pompa è una doppia tassa: pagano di più la benzina al litro e sono costretti a consumarne di più per via della pendenza. Una combinazione che sta spingendo molte famiglie a rivedere drasticamente i propri budget mensili.
A scatenare la rabbia dei consumatori è il forte contrasto con l’andamento del mercato globale del greggio. Il Codacons evidenzia infatti che, a livello internazionale, le quotazioni del petrolio sono in forte calo: il Brent è sceso sotto i 72 dollari al barile e il WTI è sotto i 70 dollari.
Non si spiega, dunque, perché i prezzi alla pompa continuino a salire. «Resta incomprensibile come, a fronte del calo del greggio, i consumatori non vedano ancora benefici concreti alla pompa», ha dichiarato duramente Francesco Tanasi, Segretario Nazionale del Codacons, chiedendo al Governo un intervento ispettivo immediato per verificare la trasparenza dei prezzi della filiera e frenare possibili fenomeni speculativi.
Mentre il Codacons promette di dare battaglia per ottenere tutele, la preoccupazione principale per il tessuto economico catanese è l’effetto domino. In Sicilia la stragrande maggioranza delle merci e dei prodotti alimentari viaggia su gomma; l’aumento del gasolio rischia quindi di tradursi a breve in un rincaro dei beni di prima necessità nei mercati e nei supermercati della provincia.
Dai territori si alza la richiesta di misure di sostegno urgenti, come un taglio delle accise regionali o bonus specifici per i lavoratori pendolari, per evitare che la mobilità diventi un lusso accessibile a pochi. Nel frattempo, ai catanesi non resta che monitorare i tabelloni dei distributori e sperare in un passo indietro dei prezzi.
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