
La vicenda esplosa all’Azienda ospedaliero-universitaria “Gaspare Rodolico – San Marco” di Catania ha rapidamente superato i confini di un ordinario incarico professionale, trasformandosi in un caso nazionale che intreccia sanità pubblica, comunicazione istituzionale e credibilità scientifica. Al centro della controversia c’è l’assunzione di una naturopata nell’ambito di attività collegate a studi clinici ospedalieri, una scelta che ha sollevato dubbi sulla selezione, sulle competenze richieste e sul perimetro stesso entro cui possono muoversi le cosiddette pratiche “complementari” all’interno di strutture sanitarie pubbliche.
Tutto nasce da un avviso pubblico dell’ottobre 2025, con cui il Policlinico di Catania avvia una selezione per un incarico libero-professionale finanziato da fondi derivanti da sperimentazioni cliniche. Il progetto riguarda attività di supporto nell’ambito di reparti particolarmente delicati, come la chirurgia vascolare e la pediatria a indirizzo reumatologico, contesti in cui la presenza di figure non mediche viene generalmente circoscritta a funzioni altamente specialistiche e ben definite.
Nel testo del bando, tuttavia, compaiono requisiti che includono titoli riconducibili a discipline olistiche e alla naturopatia. È proprio questo passaggio a rappresentare il primo elemento di frattura nel dibattito pubblico: da un lato la legittimità formale di una procedura amministrativa, dall’altro la domanda sostanziale sulla pertinenza scientifica delle competenze richieste rispetto al contesto ospedaliero in cui l’incarico si inserisce. L’assegnazione finale dell’incarico alla candidata ritenuta idonea, dopo valutazione dei titoli e colloquio, rende la questione immediatamente concreta e non più soltanto teorica.
Con l’avvio della collaborazione, la vicenda esce dall’ambito amministrativo e diventa un caso di opinione pubblica. A sollevare le prime critiche sono esponenti del mondo scientifico e della divulgazione, che mettono in discussione la compatibilità tra alcune discipline dichiarate nel curriculum della professionista e l’ambiente clinico ospedaliero.
Il punto centrale del confronto non riguarda soltanto la figura specifica, ma il tema più ampio dell’ingresso di pratiche non supportate da evidenze scientifiche consolidate all’interno di strutture sanitarie pubbliche. Il CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze) interviene formalmente chiedendo verifiche al Ministero della Salute, sottolineando come l’utilizzo di risorse pubbliche in ambito clinico debba essere sempre ancorato a criteri di efficacia dimostrata e sicurezza per i pazienti.
In questo quadro si inserisce anche il tema, più generale e complesso, dell’integrazione tra medicina convenzionale e approcci complementari: un terreno che, a livello internazionale, viene discusso solo quando esistono protocolli chiari, evidenze scientifiche solide e un rigoroso controllo delle applicazioni.
Se la dimensione sanitaria riguarda procedure e competenze, la deflagrazione del caso è avvenuta soprattutto sul piano comunicativo. La diffusione della notizia della collaborazione e la successiva circolazione sui social hanno trasformato un incarico amministrativo in un caso mediatico nazionale, alimentato da prese di posizione di medici, divulgatori e commentatori scientifici.
In questa fase emerge un elemento decisivo: il ruolo della narrazione pubblica e della comunicazione istituzionale. La storia non viene più letta soltanto attraverso i documenti amministrativi, ma attraverso il filtro del dibattito pubblico, in cui si intrecciano preoccupazioni per la salute dei pazienti, fiducia nel servizio sanitario e percezione dell’uso delle risorse pubbliche. È qui che il caso si polarizza, diventando simbolico di una tensione più ampia tra apertura a nuove pratiche e rigore scientifico.
Con il crescere della pressione mediatica, l’azienda ospedaliera avvia verifiche interne per chiarire il perimetro effettivo delle attività svolte e la coerenza con l’incarico conferito. Parallelamente, vengono contestate alcune modalità comunicative ritenute non autorizzate, in particolare l’uso di elementi riconducibili all’identità istituzionale.
La vicenda arriva così a un punto di svolta: la risoluzione del contratto e la richiesta di un risarcimento per danni d’immagine. Una decisione che sposta ulteriormente il baricentro del caso, trasformandolo da questione di opportunità scientifica a tema di responsabilità amministrativa e tutela del prestigio istituzionale. Resta, sullo sfondo, un interrogativo più ampio che va oltre il singolo episodio: come definire con chiarezza i confini delle competenze in sanità pubblica, soprattutto quando si intrecciano ricerca, comunicazione e pratiche non convenzionali?
È su questo terreno che il caso di Catania continua a produrre discussione, ben oltre la sua dimensione locale.
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