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Il “Paradosso-Catania”, infortuni sul lavoro in aumento

In Italia crescono gli infortuni sul lavoro nel 2026, ma solo lo 0,4% dei fondi sanitari va alla prevenzione. L’allarme dei sindacati.

In Italia gli infortuni sul lavoro tornano a crescere, mentre le risorse destinate alla prevenzione restano estremamente limitate. È un quadro complesso e contraddittorio quello che emerge dai dati diffusi dall’ANMIL su base INAIL, in occasione della Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro. A lanciare l’allarme sono i sindacati, che denunciano un sottofinanziamento cronico delle politiche di sicurezza e chiedono interventi urgenti, soprattutto in territori critici come la Sicilia e, in particolare, Catania.

Infortuni in aumento, calano le morti ma crescono le malattie

Nei primi due mesi del 2026 sono stati denunciati 91.912 infortuni sul lavoro, con un incremento del 2,6% rispetto allo stesso periodo del 2025. Un dato che conferma un trend preoccupante, soprattutto se si considera il contesto economico e produttivo attuale. In controtendenza, invece, le cosiddette morti bianche registrano un calo significativo: 102 casi contro i 138 dell’anno precedente, pari a una diminuzione del 26,1%.

Ma il dato che più colpisce è l’aumento delle malattie professionali, cresciute del 14,2%. Un segnale che evidenzia come i rischi per la salute dei lavoratori non si manifestino solo in modo immediato e drammatico, ma anche nel lungo periodo, spesso a causa di esposizioni prolungate e condizioni di lavoro non adeguatamente monitorate. Una dinamica che rende ancora più evidente l’importanza della prevenzione, troppo spesso trascurata.

Il nodo dei finanziamenti: solo lo 0,4% per la prevenzione

Sul fronte delle politiche pubbliche, i numeri sono ancora più critici. Un’analisi della UIL evidenzia che appena lo 0,4% delle risorse del Fondo sanitario nazionale viene destinato alla prevenzione e sicurezza nei luoghi di lavoro. Una quota minima, che fotografa un sistema in cui la prevenzione continua a essere marginale rispetto ad altre voci di spesa sanitaria.

Ancora più significativo è il dato relativo ai Servizi di prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro (Spsal), che assorbono solo il 10,4% delle risorse dedicate alla prevenzione collettiva nei Livelli essenziali di assistenza. Lo studio, basato sui rendiconti 2024 di 98 aziende sanitarie su 110, conferma un sottofinanziamento diffuso su tutto il territorio nazionale.

Le differenze regionali sono marcate: si passa dallo 0,83% del Molise allo 0,82% della Calabria, fino a percentuali molto più basse come lo 0,09% della Provincia di Bolzano o lo 0,19% di Veneto e Abruzzo. Un quadro disomogeneo che riflette una gestione frammentata e poco incisiva delle politiche di prevenzione.

Il “Paradosso-Catania”: tanti infortuni, pochi investimenti

In Sicilia emerge con forza quello che la segretaria della UIL etnea, Enza Meli, definisce il “Paradosso-Catania”. La provincia etnea, infatti, risulta tra le prime per numero di infortuni e morti sul lavoro, ma allo stesso tempo è tra le ultime per risorse destinate alla prevenzione.

Nel 2024, l’incidenza della spesa per i servizi di prevenzione dell’Asp di Catania si è fermata allo 0,18%, ben al di sotto della media nazionale dello 0,40% e di quella regionale dello 0,45%. Solo Enna registra un dato peggiore. Una situazione che mette in evidenza uno squilibrio evidente tra rischio e investimenti, alimentando un sistema in cui la sicurezza rischia di passare in secondo piano.

I sindacati sottolineano come non bastino interventi dopo le tragedie: servono più formazione, controlli efficaci e una strategia strutturale. Tra le proposte avanzate, l’introduzione del reato di omicidio sul lavoro e lo stop ai subappalti a cascata, considerati tra i principali fattori di rischio.

Cultura della sicurezza e responsabilità condivisa

Sul tema interviene anche Leonardo La Piana, segretario generale della CISL Sicilia, che pone l’accento su un problema culturale prima ancora che normativo. Secondo La Piana, infatti, le leggi esistono e sono adeguate, ma spesso non vengono applicate efficacemente, soprattutto in contesti lavorativi fragili dove il bisogno di occupazione spinge i lavoratori ad accettare condizioni rischiose.

Il tema della sicurezza, quindi, deve diventare un impegno condiviso tra aziende, lavoratori e istituzioni. Fondamentale è il ruolo della formazione congiunta e della collaborazione tra tutti i soggetti coinvolti, inclusi gli enti bilaterali. Anche i Documenti di valutazione dei rischi (Dvr) devono essere costantemente aggiornati, in un mondo del lavoro in continua evoluzione.

Particolarmente delicata resta la questione dei subappalti, diffusi soprattutto in Sicilia, dove il tessuto produttivo è composto da piccole imprese. In questi contesti, la logica del massimo ribasso rischia di compromettere la sicurezza, trasformandola in una variabile sacrificabile.

Un’emergenza che non può più essere ignorata

L’aumento degli ispettori rappresenta un passo avanti, ma non può essere l’unica risposta. La sicurezza sul lavoro non può essere affrontata solo in chiave repressiva: serve un investimento strutturale nella prevenzione, nella formazione e nella diffusione di una cultura della sicurezza.

“L’assenza della messa in campo da parte delle istituzioni di misure di controllo efficaci a ribaltare questo triste modus lavorandi, viaggia di pari passo con la mancanza di risorse destinate alla cura dei sempre più diffusi disturbi psicologici di media e grave entità. Puntando fattivamente su misure che rendano il lavoro regolare, continuativo, adeguatamente retribuito, qualificato e qualificante per tutte le professioni, il salto di qualità verso un benessere lavorativo condiviso sarebbe già pressoché interamente risolto”. L’appello di ANMIL.

Le assemblee promosse da CGIL, CISL e UIL segnano l’inizio di un percorso che punta a riportare il tema al centro del dibattito pubblico, partendo proprio dai luoghi di lavoro. Perché, come ricordano i sindacati, morire sul lavoro non è mai un caso: è il risultato di un sistema che non ha funzionato. E cambiare questo sistema è una responsabilità collettiva che non può più essere rimandata. Vige un’ urgenza di riappropriazione di un’umanità condivisa che metta il lavoro, strumento di dignità e affermazione di tutti, sul podio dei diritti.

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