
Frana di Niscemi, il ritorno nelle case ferite: Gli sfollati colpiti dalla frana stanno rientrando temporaneamente nelle proprie abitazioni situate in zona rossa, accompagnati dai vigili del fuoco e autorizzati dalla polizia municipale, con un solo obiettivo: recuperare ciò che non può essere lasciato indietro.
Finora sono stati circa 300 i recuperi di effetti personali, con una media di 70–80 interventi al giorno, operazioni rapide, scandite dal tempo e dal rischio, perché il terreno resta instabile e imprevedibile.
In alcune abitazioni, quelle più vicine al fronte della frana, a soli 50–70 metri, l’accesso è vietato: il pericolo è troppo alto anche per i soccorritori. È qui che la tragedia assume un volto concreto, fatto di porte chiuse per sempre e di vite improvvisamente sospese.
Non si entra in una casa evacuata per riempire scatoloni, ma per scegliere cosa portare via da una vita intera. I vigili del fuoco, 24 operatori impegnati quotidianamente, accompagnano i proprietari all’interno degli edifici, restando accanto a loro mentre recuperano pochi oggetti essenziali.
Indumenti, documenti, sì, ma soprattutto fotografie, quadri, ricordi familiari, simboli di un’esistenza che rischia di essere cancellata.
«Le persone ci chiedono di poter prendere le cose più care», racconta Francesco Turco, funzionario tecnico dei vigili del fuoco di Caltanissetta.
Sono momenti intensi, emotivamente carichi anche per chi è addestrato a gestire le emergenze.
L’emergenza non riguarda solo le abitazioni, ma anche gli animali rimasti bloccati in un territorio ormai trasformato in un campo instabile di fratture, fango e detriti. In uno degli interventi più complessi, i vigili del fuoco hanno salvato 20 animali; 15 cavalli, 3 asini e 2 cani, intrappolati a ridosso della frana.
Le squadre hanno tracciato un percorso di circa due chilometri, superando dislivelli fino a dieci metri, operando in condizioni estreme e utilizzando sistemi di sicurezza come le “life line” per evitare ulteriori rischi. Un lavoro lento, faticoso, ma essenziale, che dimostra come in un disastro ambientale ogni vita, umana e animale, diventi una responsabilità collettiva.
La frana di Niscemi non è un evento improvviso, ma il risultato di un fenomeno antico di almeno tre secoli, oggi esteso lungo un fronte di circa cinque chilometri. Secondo gli esperti, si tratta di un sistema complesso che agisce in profondità e in superficie con modalità diverse. Angelo Amorosi, docente di Ingegneria strutturale e geotecnica alla Sapienza di Roma, spiega che il movimento principale è uno scorrimento planare tra strati di sabbia e argilla, favorito da variazioni delle condizioni idrauliche nel sottosuolo.
L’acqua, aumentando la pressione interna, riduce la resistenza del terreno fino a generare nuove rotture. Gli edifici che sorgono sul cosiddetto “coronamento” sono ormai gravemente compromessi, e il rischio si estende anche alle strutture più interne: basta una variazione minima, più o meno acqua, per alterare un equilibrio già precario.
Anche per Giuseppe Esposito, dell’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del Consiglio Nazionale delle Ricerche, il destino di Niscemi dipenderà dall’evoluzione della frana.
“Al momento non sembra necessario delocalizzare l’intero centro abitato di Niscemi, ma, aggiunge, questa affermazione è soggetta all’andamento della frana e tutte le decisioni dipenderanno dal monitoraggio e dalle indagini geologiche in corso”.
Mentre la terra continua a muoversi, la procura di Gela ha avviato un’indagine per disastro colposo e danneggiamento seguito da frana, con l’obiettivo di accertare se l’evento potesse essere evitato e se nel tempo siano state realizzate opere che abbiano contribuito a peggiorare la situazione. Un pool di magistrati, geologi e forze dell’ordine è già al lavoro per acquisire documenti e svolgere sopralluoghi.
Ma al di là delle responsabilità, resta l’incertezza sul futuro: secondo i ricercatori del Cnr, al momento non è necessaria la delocalizzazione dell’intero centro abitato, ma tutto dipenderà dall’evoluzione della frana.
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