
Linate, 24 anni dopo: il disastro che sconvolse l’Italia. Un ricordo ancora vivo nel cuore del Paese.
Sono passati ventiquattro anni da quel terribile 8 ottobre 2001, ma il boato di Linate continua a risuonare nella memoria collettiva. Era una mattina come tante, avvolta da una fitta nebbia milanese, quando due aerei si scontrarono tragicamente sulla pista dell’aeroporto. Il bilancio fu devastante: 118 morti, un solo sopravvissuto, e una lunga scia di dolore e domande. Oggi, Milano si ferma per ricordare.
Poco dopo le 8:10, sotto un cielo grigio e in una visibilità quasi nulla, un piccolo aereo Cessna entra per errore sulla pista principale dell’aeroporto di Linate. In contemporanea, un McDonnell Douglas MD-87 della Scandinavian Airlines System (SAS) sta decollando. L’impatto è inevitabile. L’aereo di linea perde il controllo e si schianta contro un hangar dello scalo, scatenando un incendio devastante.
In pochi secondi, un luogo di partenze e abbracci si trasforma in un inferno di fiamme, fumo e morte.
Le indagini successive rivelano una serie agghiacciante di carenze strutturali e procedurali. La segnaletica a terra era incompleta e inadeguata, i sensori di sicurezza non funzionavano, e la comunicazione tra torre di controllo e piloti era confusa, compromessa da errori e malintesi.
Un sistema aeroportuale impreparato a gestire emergenze in condizioni di scarsa visibilità è stato il detonatore di una tragedia che poteva – e doveva – essere evitata. Il disastro di Linate diventerà un caso simbolo per la sicurezza aeroportuale in Europa.
Tra le macerie e le fiamme, una sola vita resiste. Pasquale Padovano, 48 anni all’epoca, addetto allo smistamento bagagli, riesce miracolosamente a fuggire dall’inferno.
«Ero una torcia umana», racconta. Con ustioni sull’85% del corpo, viene salvato da un finanziere che gli spegne le fiamme con dei panni di fortuna.
Portato d’urgenza all’ospedale Niguarda, rimane in coma per 4 mesi e trascorre 14 lunghissimi mesi in degenza. Oltre 100 interventi chirurgici segnano la sua lenta rinascita. Oggi, Pasquale è ancora vivo grazie a ciò che lui stesso definisce «una seconda famiglia»: i medici e gli infermieri del Centro Ustioni.
Armando De Angelis, allora giovane medico di guardia al pronto soccorso e oggi direttore del Centro Ustioni di Niguarda, ricorda ancora ogni dettaglio di quella giornata:
«Le ferite erano devastanti. Non avevamo mai visto niente del genere».
Gli interventi chirurgici si moltiplicarono: innesti cutanei, ricostruzioni complesse, una lotta continua contro infezioni e dolore. Ma al centro di tutto, un uomo che non ha mai smesso di lottare.
«Pasquale è sempre stato un combattente», dice De Angelis.
Un’amicizia nata in corsia e cresciuta tra ricordi condivisi e viaggi della memoria.
Questa mattina, alle 10.30, nella Basilica di Sant’Ambrogio, si è tenuta una celebrazione eucaristica in memoria delle vittime. Presenti familiari, autorità e cittadini comuni. In rappresentanza del Comune di Milano, ha partecipato l’assessora Gaia Romani.
Ricordare è un dovere civile. Il disastro di Linate non è solo un evento drammatico del passato, ma un monito vivo: sulla sicurezza non si può mai abbassare la guardia. E tra le fiamme di quel giorno, resiste anche una lezione di umanità e speranza: quella di Pasquale, l’uomo che ha guardato in faccia la morte — e ha deciso di vivere.
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