UNICT – Come l’impronta umana cancella la biodiversità: la ricerca su Nature

Su Nature una ricerca a cui partecipa anche l’Università di Catania rivela che solo una pianta autoctona su cinque sopravvive nei territori minacciati dalla presenza dell’uomo

L’impatto della presenza umana sulla biodiversità naturale delle piante è devastante in moltissimi ecosistemi del pianeta: fino a quattro specie di piante su cinque sono assenti dai loro habitat naturali nelle aree a maggiore impronta ecologica umana. L’indice misura la quantità di risorse naturali che consumiamo o degradiamo a causa, per esempio, di urbanizzazione, inquinamento, disboscamento.

È quanto emerge dallo studio internazionale collaborativo DarkDivNet – pubblicato su Nature (https://www.nature.com/articles/s41586-025-08814-5) – che ha coinvolto oltre 250 scienziate e scienziati di tutto il mondo. Sono stati ben quindici i botanici e le botaniche di nove università italiane impegnati nello studio, tra questi anche il professor Gian Pietro Giusso del Galdo dell’Università di Catania.

Ricercatrici e ricercatori hanno raccolto dati di biodiversità in quasi 5500 siti di 119 regioni del mondo, registrando non solo le specie vegetali presenti in ogni sito, ma anche le specie autoctone che dovrebbero esserci e risultano invece assenti. L’innovativo approccio scientifico ha identificato quindi la diversità oscura. Ciò ha consentito di calcolare il potenziale della diversità vegetale di ogni area e rivelato quanto l’impronta umana l’abbia ridotto.

Nei territori tutelati da aree protette, gli ecosistemi contengono in genere più di un terzo delle specie potenzialmente idonee, mentre quelle assenti lo sono soprattutto per cause naturali, come i limiti biologici della loro capacità di dispersione. Dove l’impronta umana è maggiore, la quantità di biodiversità assente è invece elevatissima, con ecosistemi che arrivano a contenere anche solo una specie idonea su cinque.

Le misurazioni tradizionali della biodiversità impiegate fino ad oggi, come il semplice conteggio del numero di specie registrate, non offrivano un quadro completo: l’identificazione della diversità oscura ha permesso di colmare il gap conoscitivo. La relazione fra l’Indice di Impronta Umana – che rileva fattori quali densità della popolazione, urbanizzazione, agricoltura e infrastrutture – e la diversità oscura ha dimostrato inoltre che l’impatto antropico si estende ben oltre le aree direttamente modificate, fino a centinaia di chilometri di distanza, interessando anche le riserve naturali.

“Lo studio è un’ulteriore conferma di quanto impattano negativamente le nostre attività sulla biodiversità. Da qui la necessità di dare supporto e maggiore impulso alle politiche volte a tutelarla, tanto a livello locale quanto a livello globale”, dichiara il professor Gian Pietro Giusso del Galdo, del Dipartimento di Scienze biologiche, geologiche e ambientali dell’Università di Catania. Infatti, lo studio rivela quanto l’influenza negativa dell’attività umana sulla biodiversità sia meno pronunciata quando almeno un terzo della regione circostante l’area investigata è incontaminato o ben protetto, a sostegno dell’obiettivo globale di proteggere il 30% del territorio.

Il progetto ha sottolineato quindi l’importanza cruciale di promuovere la salute degli ecosistemi siano essi dentro che fuori dalle aree protette. Il concetto di diversità oscura fornisce uno strumento pratico per identificare le specie idonee assenti e favorire il ripristino degli ecosistemi.

DarkDivNet, coordinato dall’Università di Tartu in Estonia, ha visto collaborare, oltre all’Università di Catania, le università italiane di Parma, dell’Aquila, dell’Insubria, di Bologna, di Palermo, di Cagliari, della Basilicata e l’Università Ca’ Foscari Venezia.

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