UNICT – Don Ciotti lancia allarme al DEI: “Mafie si adattano all’economia legale”

Il presidente di Libera ha incontrato studenti e docenti Unict nell’aula magna di Palazzo Fortuna.

“Gli studi e i risultati delle inchieste giudiziarie ci dicono che le mafie hanno una grande capacità di rigenerarsi, una capacità strategica adattiva: esse oggi si inseriscono in settori economici legali per accrescere il proprio potere economico e mantenere il controllo sociale nel loro territorio, che poi è sempre stato il loro obiettivo da 170 anni a questa parte. I mafiosi, insomma, oggi diventano attori attivi nell’economia legale, investono capitali illeciti, frutto soprattutto di riciclaggio, in settori strategici, come edilizia, appalti, energia, rifiuti e commercio, mimetizzandosi tra le attività lecite, sfuggendo alla regolamentazione e alla tassazione e costruendo reti di collusione con imprenditori, professionisti e politici, con i quali mantengono rapporti diffusi, disincantati, pragmatici”. L’analisi, lucida e come sempre documentata, è di don Luigi Ciotti, tra i promotori dello storico Gruppo Abele di Torino e fondatore e presidente di “Libera – Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”, che ha incontrato studenti e docenti dell’Università di Catania nel corso di un incontro che si è tenuto nell’aula magna di Palazzo Fortuna, sede del dipartimento di Economia e Impresa.

L’evento, dal titolo Economia dell’illegalità: comportamenti individuali tra istituzioni e criminalità rientrava nell’ambito del ciclo di seminari, Economia, Politica e Società: in cammino sulle orme dell’Economa, organizzato dal Dei, e contestualmente anche del ciclo di Seminari di Ateneo; Territorio, ambiente e mafie – dall’analisi del fenomeno mafioso alla cittadinanza attiva, organizzato dal Dipartimento di Scienze umanistiche. “Le organizzazioni criminali – ha proseguito don Ciotti – si adattano, insomma, ai cambiamenti legislativi e di mercato, e noi facciamo sempre fatica ad individuarle. Ma anche noi dobbiamo rigenerarci, se vogliamo estirpare questo male alla radice: e siamo chiamati a un grande impegno culturale, educativo e di politiche sociali, investendo su lavoro, salute e scuola. Lavorando insieme abbiamo dimostrato di saper raggiungere risultati fondamentali, come per la legge contro le tossicodipendenze, negli anni ’80, o quella sull’uso sociale dei beni confiscati ai grandi boss mafiosi”.

“È un grande onore poter ascoltare don Luigi in una delle nostre aule universitarie – lo ha accolto il rettore Francesco Priolo, ricordando l’impegno dell’ateneo sul fronte della lotta alla dispersione scolastica e a sostegno delle attività dell’agenzia per l’assegnazione dei patrimoni mafiosi confiscati. “In questo modo vogliamo ribadire che la cultura è l’arma più efficace contro il malaffare, e soprattutto l’università può svolgere un importante ruolo di ascensore sociale per molte famiglie, contribuendo a migliorare il destino dell’Isola. La legalità è un fattore produttivo e ha una sua importanza capitale – ha ricordato il direttore del dipartimento Roberto Cellini –, come il capitale fisico umano e il lavoro. Se non c’è legalità, non c’è neanche mercato, non ci sono crescita o competitività. Economia, dignità e libertà devono continuare ad essere un trinomio inscindibile”. Il rettore ha anche annunciato che l’Università di Catania offrirà un proprio contributo per consentire a molti dei suoi iscritti di partecipare alla marcia della legalità che si terrà a Trapani il prossimo 21 marzo.

Nel corso del pomeriggio, don Ciotti ha ricordato il suo inizio a Torino, come volontario e poi come ‘prete di strada’ per salvare molti giovani dall’eroina: un profetico incontro con Giovanni Falcone, pochi giorni prima della strage di Capaci – ha raccontato – lo spinse poi a dar vita a “Libera”, un’associazione di associazioni antimafia, e ad allargare il fronte delle sue battaglie civili. Sempre all’erta contro le minacce criminali, da qualunque parte provenienti, disdegnando l’etichetta di “professionisti delle lamentele”.

“I nuovi rischi – ha avvertito il presidente di Libera – vengono dall’immissione spropositata di capitali illegali, dal gioco d’azzardo, una trappola disumana che ogni anno priva migliaia di persone, e anche tanti adolescenti, della loro libertà, dignità e, in alcuni casi, della vita stessa, dagli eco-eccidi perpetrati contro la nostra ‘casa comune’, dallo sfruttamento di persone e lavoratori in numerosi paesi del mondo”.

La crisi economica poi ha costretto numerosi imprenditori a rivolgersi direttamente ai criminali, chiedendo supporto di capitali e servizi per poter far sopravvivere le loro imprese. Oggi come al tempo delle stragi la perversità del fenomeno mafioso si dimostra in grado di minare le basi dell’economia e della democrazia: le mafie dunque cambiano, sparano di meno e fanno meno chiasso, ma i loro obiettivi sono sempre potere e denaro, schiacciando la vita delle persone. Combattere l’economia illegale può quindi garantire una crescita economica sostenibile e giusta, come ripete lo stesso Papa Francesco, impegnato a più livelli contro il fenomeno della corruzione.

“La crisi economica – ha concluso don Ciotti – non può essere affrontata solo con ricette economiche, perché è innanzitutto una crisi etica e culturale, di giustizia sociale e ambientale, e si deve soprattutto a una politica che ha tradito la sua funzione di servizio alla comunità, così come l’economia. Politica ed economia erano nate per garantire il bene comune, ma spesso quest’essenza è stata tradita: hanno creato strumenti di privilegio di potere di selezione e discriminazione, squilibri, ingiustizie e diseguaglianze. La ricchezza è tale, infatti, solo se è adeguatamente condivisa, tale da garantire equità e giustizia. E il progresso di cui tutti abbiamo bisogno è crescere innanzitutto in umanità. Non è mai una strada facile — ammette il sacerdote — ma la memoria delle vittime delle mafie deve tradursi in un impegno quotidiano per la giustizia sociale, spingendoci a unire forze, energie e pensieri per sostenere il cambiamento. La persona umana è più importante di ogni cosa, e noi non possiamo continuare a sostenere e difendere un sistema dove le cose contano più delle persone”.

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