Arte In Copertina

A Catania “si racconta” Libero Elio Romano: mostra sul grande artista del Novecento

Mostra Elio Romano
Palazzo della Cultura accoglie una nuova mostra e così, per riflesso, Catania omaggia una figura di spicco: quella dell'artista siciliano Libero Elio Romano, che al capoluogo etneo risulta particolarmente legato.

Con ogni probabilità non esiste mezzo migliore di una mostra per omaggiare un artista e quella antologica promossa dall’Accademia di Belle Arti di Catania e dal Centro Studi d’arte Elio Romano, in collaborazione con il Comune di Catania, ha tutta l’aria di essere un “grazie” silenzioso ma potente a quello che a buon diritto potrebbe esser considerato il più importante paesaggista della Sicilia orientale nella generazione di pittori formatasi tra le due guerre. Più in generale uno tra i grandi del Novecento.

Palazzo della Cultura ospita la mostra Libero Elio Romano. 1909-1996, a cura dello storico dell’arte e docente dell’Accademia Vittorio Ugo Vicari: un annuncio che, in realtà, è stato posticipato dall’avvento del Coronavirus e che, di conseguenza, risultava attesissimo.

“L’intenzione da parte del curatore – spiega ai microfoni di LiveUnict Claudia, studentessa dell’Accademia di Belle Arti di Catania e guida della mostra – era quella di organizzare la mostra per i venticinque anni dal primo allestimento, presso il Castello Ursino, a cura del Professore Giuseppe Frazzetto. Il Professore Vicari avrebbe voluto organizzarne una a Palazzo della Cultura nel 2020 ma la pandemia ha impedito l’allestimento ed il tutto è stato ripreso a distanza di ventisette anni“.

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Come spiegato dalla guida, un contributo fondamentale è stato fornito dal figlio Guido Romano, che ha anche permesso al curatore di esporre la sua collezione privata. Importanti per il progetto anche la sorella Antonella e il Professore Milluzzo.

Fino al 20 gennaio 2023 gli interessati possono godere, gratuitamente, di un percorso espositivo che conta 57 opere e che si configura come un’esperienza immersiva, totalizzante: dietro questa si cela il prezioso apporto del Professore Enrico La Rosa.

La mostra è “ritmata” da quattro distinte sezioni cronologiche: idealmente, così, si passa in rassegna il vasto arco temporale che ha come estremi il 1920 circa ed il 1996, anno della morte dell’artista siciliano nato a Trapani nel 1909. Così, spostandosi da una stanza all’altra, il visitatore ha il piacere di fare la conoscenza del giovane Elio prima, dell’uomo maturo e di quello anziano poi ma, al tempo stesso, riesce a scoprire sempre qualcosa di nuovo sulla sua arte.

La formazione a Catania (1920 ca. – 1928)

La carriera del padre portò ben presto il giovane Libero Elio Romano, più in generale l’intera famiglia, a trasferirsi a Catania. Dalla città si spostavano soltanto per raggiungere per brevi periodi Assoro, in provincia di Enna. Nel capoluogo etneo, tra il 1923 e il 1924, Elio si iscrisse al Liceo Classico “Mario Cutelli”, spinto dalla volontà di non deludere i familiari che sognavano per lui una carriera simile a quella del padre ma lontana dalle sue ambizioni.

Già in giovanissima età Romano aveva dimostrato di essere un pittore talentuoso. Ed anche caparbio. Di fatto non volle ignorare la propria vocazione artistica e, dal 1920, iniziò a frequentare la bottega dal maestro acese Rosario Spina.

Frequentando quest’ultimo ambiente (fino al 1925) ebbe l’opportunità di entrare in contatto con altri giovani artisti etnei: tra questi, Tino Condorelli e Saro Mirabella. E proprio al periodo tra il 1920 e il 1925 risalgono le prime opere documentate.

La lezione di Spina, attardato artista di tendenze realistiche d’ascendenza napoletana ed animato da un netto gusto per il passato, consiste in una cultura di stampo ancora ottocentesco. Il segno del maestro si nota, tra il resto, nell’opera che apre la mostra: Testa di ragazzo (1925, da iscrizione), che dimostra come già il giovane artista sapesse ben padroneggiare la tecnica del carboncino.

Di lì a poco Elio coglierà nuove influenze, ma senza mai smettere di scegliere due specifici soggetti per le proprie opere: la figura dei propri cari da un lato, i paesaggi e le vedute dall’altro. Non a caso, già entrando nella stanza riservata alla prima sezione, si notano opere come Mandorli spogli (1926), da far risalire al periodo “tardo verista, d’ascendenza napoletana non esente da suggestioni transalpine”, e Carlo Alberti Ferretti (1926, da iscrizione), che raffigura proprio il nonno materno dell’artista, da quest’ultimo poi ricordato anche come paziente ma testardo.

Elio Romano
Carlo Alberto Ferretti, 1926.

Da Roma a Firenze (1928-1938)

Personalità fondamentale nella vita e, soprattutto, per la formazione di Elio Romano fu, oltre lo zio Gino Ferretti ed il suo professore al liceo Francesco Guglielmino, il celebre pedagogo e filosofo Giuseppe Lombardo Radice. Quest’ultimo convinse il padre di Elio a far studiare arte al figlio alla Scuola libera del nudo capitolina. In cambio Lombardo Radice avrebbe dovuto fare in modo che Elio, nel frattempo, conseguisse la laurea in Giurisprudenza.

Così il giovane artista, prima soltanto idealmente distante dai parenti per via del suo sogno, finì per esserlo anche fisicamente. Già a Roma, raggiunta nel 1928, probabilmente conobbe il docente di Pittura Felice Carena, che insegnava presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze, città in cui ben presto Elio si muoverà.

Di fatto, anche per via della sua amicizia con Lombardo Radice (inviso al regime fascista e sorvegliato dalla polizia), Elio venne espulso dalla Scuola romana. Decise, a quel punto, di raggiungere il capoluogo toscano e optare, nel maggio del 1929, per l’iscrizione all’Accademia Reale delle Arti di Disegno. Alla capitale tornò con il pensiero una volta afferrato il pennello, per esempio per dipingere Paesaggio urbano (interno alla seconda sezione), che rappresenta uno scorcio lussureggiante di una villa pubblica a Roma ed è caratterizzata da una “pennellata impressionista veloce e libera”.

A Firenze il siciliano ebbe modo di discutere su arte, letteratura e politica nella cerchia della rivista Solaria e di frequentare il noto caffè Le Giubbe Rosse dove conobbe anche Eugenio Montale. Ma incontrò anche la donna che sarebbe poi divenuta sua moglie, Gabriella Pescatori.

In questa città, infine, insegnò, approfondì la propria formazione artistica e divenne allievo prima, assistente poi di Felice Carena, da cui apprese i grandi modelli classici della pittura. Ad una piena aderenza alla maniera del maestro preferì, tuttavia, la creazione di un linguaggio originale, tutto suo.

Bisogna precisare che negli stessi anni Trenta si avvicinò all’attività scultorea, a cui è riservata l’ultima parte della mostra: una novità, questa, che gli permetterà di acquisire un senso della plasticità che verrà in seguito ben applicato anche in pittura ma che, come indicato dalle guide, rimarrà per lui più una passione ed un modo per omaggiare alcuni componenti della sua famiglia.

Non soltanto persone e ambienti a lui cari. Elio Romano ritrarrà anche se stesso per tutta la vita, come per fissare su carta e tela tutta una parabola esistenziale: a volte con posa a tre quarti, altre in posizione frontale. Quest’ultimo è il caso dell’Autoritratto in china su carta, del 1934.

Elio Romano
Autoritratto, 1934.

Durante e dopo la guerra (1939-1963)

Dal 1938 i risvolti drammatici della Storia ed una situazione politica fiorentina ormai insostenibile spinsero Romano a trovare riparo insieme ai propri cari nella tenuta ereditata dagli antenati di Contrada Morra, in provincia di Enna (anche se verosimilmente l’artista per un periodo continuerà a fare la spola tra Sicilia e Toscana).

Quell’abitazione profumava di infanzia da recuperare, fungerà da inesauribile fonte di ispirazione e fu il luogo a cui tornare sempre, anche quando Romano acquisterà insieme alla moglie una casa a Piazza dei Martiri, a Catania.

Anche quanto l’Italia entrò in guerra e le materie prime con cui dipingere scarseggiarono Romano non rinunciò a ritrarre quella abitazione che finì per accogliere generosamente ed assumere per la zona un rilevante valore sociale e culturale. E se un’opera della terza sezione come La casa di Mora (1940-1945) molto ci dice molto sul paesaggio siciliano a cui Romano rimase sempre indissolubilmente legato, la sezione foto che arricchisce la mostra rende il visitatore testimone a posteriori dei momenti di convivialità e condivisione che scandivano la vita nella tenuta.

Elio Romano
La casa di Mora, 1940-1945.

 

Riconducibile agli anni Quaranta anche il Doppio ritratto di Fanuzza (1940 ca.), meglio nota come la maestra Stefania, che per anni posò per l’artista. E proprio con il titolo Fanuzza venne edito quello che dalla guida è stato definito unromanzo pittorico, steso da Romano entro il 1945 (per cui era stato prima scelto il titolo Le Fluenti stagioni).

Soprattutto dopo la fine del Secondo conflitto mondiale, il siciliano (che da anni partecipava anche alla Biennale di Venezia e alla Quadriennale di Roma) iniziò a guardare a quanto si sperimentava oltre i confini dell’Isola: ai Realismi nuovi, all’Espressionismo astratto e all’Informale, a ciò che succede tanto in Europa quanto negli Stati Uniti.

In un’opera come L’Aquilone (1952), per esempio, è evidente il richiamo alla lezione prospettica dell’olandese Van Gogh, all’arte degli espressionisti nord europei e dei Fauves.

A questo punto della mostra è già stato possibile, osservando diversi quadri, notare riferimenti alla poetica pirandelliana, cogliere l’amore del pittore verso la musica, ammirare donne rese come paesaggi e riconoscere i paesaggi del’Ennese. Ma anche provare stupore di fronte all’originale installazione performativa realizzata da Umberto Naso.

L’insegnamento a Catania e gli ultimi anni (1964-1996)

La quarta sezione presenta gli anni compresi tra il 1964 e il 1996. La prima data è quella in cui a Romano venne affidato l’incarico di insegnante di  Figura disegnata presso il Liceo Artistico Statale appena nato a Catania. Tra i Padri dell’Accademia Statale di Belle Arti dello stesso capoluogo etneo, dal 1974 al 1979 insegnò qui Pittura.

In questi anni all’insegna della trasmissione dei saperi alle nuove generazioni, l’artista optò per una figuratività più piena, dai contorni meno sfumati, ed una pittura più veloce e sintetica.

Quest’ultima parte include l’ultima immagine della figlia Eva, segnata da un tragico destino, un’opera che ben restituisce il senso del movimento di un mulino, e poi ancora paesaggio agreste, volti cari e momenti intimi. Ultimi influssi e lezioni di un tempo, costanti e novità convivono.

Elio Romano
Rispecchiamenti [Autoritratto con Gabriella, Studio allo specchio], 1989.

A salutare il visitatore quasi in procinto di lasciare la mostra è Marina (1996), opera con cui Elio Romano ha, in maniera inedita, un po’ salutato la vita.

Elio Romano
Marina, 1996.

 

Libero Elio Romano è stato e resta un artista non facilmente incasellabile e in grado di sorprendere per la prima volta chi non lo conosceva, ancora una volta chi lo ricordava.

“Io non lo conoscevo ammette Maria, studentessa dell’Accademia ed altra guida   . Non pensavo potesse esistere una personalità del genere nelle nostre zone. È sempre emozionante vedere arrivare qualcuno che l’ha conosciuto, l’amico di paese o qualche suo allievo. È un’esperienza che arricchisce anche noi che facciamo da guide: mentre raccontiamo un’opera chi lo conosceva ci fornisce una chicca in più sulla sua persona. È uno scambio di conoscenze, anche molto tenero.

Inoltre – continua – penso che Elio Romano possa essere un esempio da seguire per le generazioni future: sembra esser stata una persona umile e vera e il suo lascito è fondamentale“.

A proposito dell'autore

Marzia Gazzo

Marzia Gazzo nasce a Catania il 6 giugno 1998. Laureata in Lettere Moderne, collabora con la testata LiveUnict da maggio 2018. Da dicembre 2020 è coordinatrice della redazione. Ama leggere belle parole, ascoltare voci, raccontare storie.