Manovra 2019: cos’è cambiato per l’università in Italia?

La legge di bilancio 2019, approvata dopo varie peripezie, ha introdotto tante novità. Per quelle che riguardano l'università e la ricerca, non è facile identificare le informazioni più rilevanti ed è ancor meno facile è distinguere tra risorse reali e risorse virtuali. Ma cosa è cambiato?

Nell’ambito dell’università e della ricerca ci sono stati degli incrementi: 40 milioni al fondo di finanziamento ordinario (Ffo), 40 milioni per il Cnr e altri enti di ricerca vigilati dal Miur e 10 milioni per il fondo delle borse di studio. Ma si tratta di incrementi abbastanza fittizi. I 40 milioni di Ffo sarebbero pari a poco più dello 0,5% del fondo ordinario (pari a 7.450 milioni), cifre che non sarebbero nemmeno in grado di coprire gli incrementi della spesa corrente.

A rincarare la dose, arriva il fatto che questi fondi, in realtà, non sono nemmeno disponibili: sono stati bloccati fino a luglio per contribuire al risparmio dei 2 miliardi richiesti dalla commissione europea per bloccare la manovra. Rientra nella stessa manovra anche il blocco delle assunzioni fino al dicembre 2019. Gli atenei potranno tuttavia ingaggiare a tempo determinato gli associati che concludono il triennio nel 2019.

Altro grande tema affrontato dalla legge di bilancio è quello relativo alla distribuzione dei punti dell’organico per il  turnover dei dipendenti che vanno in pensione. Il Ministero ha assegnato, complessivamente, 2.038 punti organico a tutti gli atenei del Paese. Le università considerate virtuose, ovvero quelle con i bilanci in regola e con una spesa di personale inferiore all’80%, potranno superare il tetto massimo del 110% delle proprie cessazioni e assumere nuovo personale. Ma anche in tal caso esiste un blocco:  i punti organico non potranno essere utilizzati prima del dicembre 2019 (sempre a causa del blocco delle assunzioni) e gli Atenei interessati potranno comunque utilizzarlo solo se avranno le risorse di bilancio utili a coprirne gli stipendi.

Si tratta, dunque, di un’assegnazione virtuale che si potrebbe ripercuotere sulle tasche degli studenti e sul buon funzionamento dei corsi di laurea. Sono state mobilitate risorse anche per le cosiddette cattedre per chiamata diretta. Si vuole potenziare l’assunzione di ricercatori per diventare professori associati, aumentando il numero dei posti da 1.000 a 1.500. Ma si tratta ancora una volta di risorse virtuali, dal momento che nessuno di questi posti potrà essere utilizzato prima del dicembre 2019.

L’unica novità che sembra davvero reale è il finanziamento da parte del Mef di 50 milioni in tre anni all’Università Federico II di Napoli, finalizzati all’istituzione di una Scuola superiore del Meridione che possa realizzare master,  corsi di dottorato di ricerca e lauree magistrali in modo simile alla Normale di Pisa. Si tratta di una vicenda che ha smosso non poche polemiche. È opportuno, tuttavia, ricordare che il Miur si è da tempo impegnato per il riconoscimento e l’accreditamento di molti Collegi e Scuole superiori, tra cui anche quelli storici di Catania e di Lecce.

Al di là delle risolse concrete o virtuali assegnate, soltanto il futuro potrà dire quali saranno i reali esiti di questa legge di bilancio sull’università, settore che dovrebbe essere visto come un investimento fondamentale per il miglioramento e il progresso.

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