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Scuola Superiore: l’antropologo Hodder racconta le origini di Çatalhöyük

Ospite della Scuola Superiore di Catania sarà il celebre antropologo Ian Hodder, professore di antropologia alla Stanford University e direttore del progetto di ricerca sull'antica città turca di Çatalhöyük

Martedì 24 luglio, alle 20,30, nell’anfiteatro della Scuola Superiore di Catania (Villa San Saverio, via Valdisavoia 9), Ian Hodder, professore di Antropologia alla Stanford University e direttore del progetto di ricerca sull’antichissima città turca di Çatalhöyük terrà la conferenza dal titolo “Çatalhöyük: a 9000 year old town”, nell’ambito del ciclo di iniziative “Estate a Scuola”. Introdurranno il prestigioso ospite il rettore Francesco Basile e il presidente della Scuola Superiore Francesco Priolo.

Il celebre studioso – che ha scavato nel sito per 25 anni, usando le più recenti tecniche scientifiche – descriverà l’affascinante e importante città antica dell’Anatolia, oggi riconosciuta come Patrimonio dell’umanità dall’Unesco, nella provincia turca di Konya, importante per le dimensioni e per il suo patrimonio simbolico, che può annoverare rilevanti pitture murali e sepolture sotto i pavimenti delle case. Çatalhöyük è stata scoperta alla fine degli anni cinquanta; l’archeologo inglese James Mellaart vi ha condotto campagne di scavi tra il 1961 ed il 1965. Il sito, ricostruito lungo una sequenza di 18 livelli stratigrafici che vanno dal 7400 al 5700 a.C, occupa una superficie di 13,5 ettari, dei quali solo un 5% è stato indagato con scavi archeologici.

Il villaggio era costruito secondo una logica completamente diversa da quella moderna: le case erano monocellulari e addossate l’una all’altra; essendo poi di altezze diverse, ci si spostava passando da un tetto ad un altro e per molte case l’ingresso su quest’ultimo era l’unica apertura. La circolazione e gran parte delle attività domestiche avveniva dunque al livello delle terrazze. L’assenza di aperture verso l’esterno, nonché di porte a livello del terreno, difendeva la comunità dagli animali selvatici e da eventuali incursioni di popolazioni confinanti.

A Çatalhöyük ogni abitazione era divisa in due stanze. Quella più grande aveva al centro un focolare rotondo ed intorno dei sedili e delle piattaforme elevate per dormire; in un angolo c’era un forno per cuocere il pane. La stanza più piccola era una dispensa per conservare il cibo: tra una casa e l’altra c’erano dei cortili usati come stalle per capre e pecore. Circa un terzo delle case presenta stanze decorate e arredate apparentemente per scopi cultuali: sulle pareti, infatti, sono state rinvenute pitture e sculture di argilla che raffigurano teste di animali e divinità (specialmente femminili, legate al culto domestico della fertilità e della generazione). Queste abitazioni non vanno pensate come santuari: il culto è ancora solo domestico e dà conto di una “ossessione simbolica”, quella di un aggregato di umani che vivono a stretto contatto con i propri morti. Gli abitanti della città di Çatalhöyük seppellivano i propri morti, divisi per sesso, sotto il letto, dopo averli esposti all’aperto in attesa che gli avvoltoi procedessero ad una completa escarnazione. Il team di Hodder ha messo insieme tutta una serie di prove dettagliate che aiutano a capire come era organizzata la società, come ha fatto a durare così a lungo e cosa significa il suo ricco simbolismo.

Redazione

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