Concorsi truccati all’università: prof. palermitano isolato per aver denunciato

Parlare di concorso truccato non basta per etichettare l’esperienza di un aspirante ricercatore universitario: è una storia triste che, tra tutte le cose, insegna quanto fin troppo spesso la realtà ed i suoi figuranti altro non siano che paradisi per illusi.

Succede all’Università di Palermo ed il protagonista è un professore associato di linguistica, abbastanza giovane: Michele Burgio ha 36 anni, con un recente trascorso come professore associato presso l’UniPa, è insegnante, in qualità di supplente, in un istituto tecnico della città ma con alle spalle un significativo e sudato curriculum, che vanta, tra le altre cose, un dottorato presso l’Università di Torino in Scienze del linguaggio e della comunicazione.

Burgio è professionalmente un dialettologo e appartiene ad un gruppo di ricerca i cui membri sono, per lui, come una seconda famiglia, stimati colleghi e rispettabili amici. Tutto cambia, però, quando il giovane e ambizioso docente tenta di giocarsi la carta della vita, decidendo di partecipare ad un concorso bandito dall’ateneo palermitano per un posto da ricercatore, sempre nel settore linguistico, con incarico a durata triennale.

I pareri del gruppo di ricerca sono negativi e, come se non bastasse, anche demoralizzanti; Burgio partecipa, magari pensando che il merito e le fatiche per costruire sogni e carriera possano bastare per mettere a tacere chi pensa che tutto sia deciso a prescindere.

L’abilitazione scientifica, gli assegni di ricerca, il numero di pubblicazioni non sono sufficienti, davanti all’amicizia o qualche altro invisibile legame, per premiare il docente: così, come ampiamente previsto dagli “amici”, il posto è assegnato al favorito, un allievo del presidente di commissione del concorso.

Ma ciò che brucia di più, oltre l’ennesimo schiaffo alla meritocrazia, è il silenzio: ferisce e fa parecchio rumore, tralasciando la realtà in cui viviamo tutti i giorni, riecheggiando tra le pareti di un “luogo sacro” come dovrebbero essere gli atenei universitari, in cui anche alzare la voce per una giusta causa può essere destabilizzante.

E per chi grida, il prezzo da pagare è abbastanza caro, come per il professor Burgio, che si vede abbandonato dalle persone a lui più care, al punto da non essere neanche più salutato, mentre viene osannato sui social da gente che nemmeno conosce e di lì a poco quasi accusato per aver creduto e cercato la verità affidandosi alla giustizia.

Ma poco importa quando le partite, ormai, si giocano da soli: la denuncia viene inoltrata e alla fine tutto si conclude con una sentenza dello scorso 26 marzo, in cui viene rilevata incompatibilità sul presidente di commissione nonché illogica discrezionalità sull’attività giudicante da parte della commissione medesima. Una battaglia, sempre solitaria, che si conclude con la sospensione, da parte del TAR, dell’esito della prova (e del relativo concorso).

Non sappiamo se questa storia possa avere un lieto fine o meno: l’augurio è che la speranza non muoia mai, almeno quella associata al desiderio di giustizia e che quella del professor Burgio possa essere una lezione partecipata. 

Luciano Simbolo

Aspirante giornalista, praticante studente, occasionalmente musicista. Collaboratore dal 2016, studia Lettere moderne presso il DISUM di Catania. I tre imperativi fondamentali? Scrivi, viaggia, suona ma senza dimenticare la pizza e lo sport.

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