Concorsi truccati all’università, Giambattista Scirè: “Io isolato per aver denunciato anni fa”

Lo scandalo dei concorsi truccati all’università porta a galla anni e anni di segreti, favoritismi e corruzione nel mondo accademico, svelando, di fatto, un meccanismo corroborato nel tempo e più diffuso di quanto si sperasse.

Lo scandalo dei concorsi truccati, organizzati ad hoc per favorire candidati già prescelti, ha riempito le prime pagine dei quotidiani per tutta la settimana. La bufera “Concorsopoli”, scatenata da alcune intercettazioni rese note dalla Guardia di Finanza di Firenze, svela su un sistema di corruzione e di raccomandazioni corroborato negli anni, per nulla un’eccezione, bensì delle pratiche perfezionate nel tempo.

“Oggi a me, domani a te”: si direbbe un classico inciucio all’italiana, un “vile commercio dei posti” su cui la magistratura dovrà adesso fare chiarezza, ma che, già prima delle indagini della Guardia di Finanza fiorentina, era stato denunciato da più di un docente in diversi atenei dello Stivale.

Giambattista Scirè.

All’Università di Catania, ad aprile, era scoppiato il caso professore Giambattista Scirè, originario di Vittoria, che, avendo concorso per la cattedra di Storia contemporanea ed essendosi posizionato secondo in graduatoria, ha in seguito deciso di ricorrere al Tar.

“Dopo cinque anni, due sentenze definitive (Tar e Cga) e un’ulteriore sentenza del Tar che accoglie il mio ricorso per l’ottemperanza delle sentenze, purtroppo ancora oggi sono in attesa che l’Ateneo faccia quello che la legge stessa ha stabilito”. Queste le parole di Scirè, che, tuttavia, si ritiene fiducioso nell’operato della giustizia, aggiungendo che “la commissione del concorso è stata, nel frattempo, rinviata a giudizio. Adesso spero che l’ultimo provvedimento dei giudici e la nomina (entro 90 giorni) di un commissario ad acta per applicare la sentenza, convinca l’ateneo a reintegrarmi. Confido e sono fiducioso nel nuovo rettore, anche per dare un segnale di discontinuità rispetto al passato, per allontanarsi quanto più possibile dai metodi di non trasparenza e di non merito attuati in alcuni atenei italiani come emerso nell’inchiesta fiorentina”.

Inutile dire, quindi, che lo scandalo Concorsopoli rende sempre più attuale un problema certo non nuovo all’apparato burocratico delle università italiane, che causa imbarazzi e scredita inevitabilmente l’istituzione che, più di tutte, detiene il ruolo di preservare e divulgare la conoscenza. “La notizia dei concorsi pilotati e degli arresti di numerosi docenti – ha dichiarato Scirè – mi ha provocato un certo senso di disagio, non solo per i metodi utilizzati (in certi bandi di concorso, nonché nel passaggio obbligato dell’abilitazione scientifica nazionale), ma anche per il linguaggio che veniva utilizzato nei confronti dei ricercatori da valutare (e in particolare delle donne, con chiari accenti di maschilismo e paternalismo). Chi ha l’enorme e gravosa responsabilità di rappresentare la Cultura con la “c” maiuscola, ovvero il mondo della ricerca e dell’università, e commette determinate irregolarità, macchiandosi, come in quel caso, di reati gravi, ha molte meno scusanti del cittadino comune”.

Mentre alla magistratura toccherà, quindi, il complesso compito di ricostruire con minuzia le vicende, rimane, tuttavia, evidente e impellente la necessità di aprire un dibattito che possa condurre a una riforma del sistema che regola i concorsi, così da renderli più trasparenti ed evitare che alcuni “furbetti” possano fare i propri interessi a sfavore della legalità e della morale. “Negli ultimi decenni – spiega a tal proposito il professore – con tutta una serie di riforme attuate in maniera poco coerente, si sono aggravati i metodi nei meccanismi di reclutamento. La maggiore autonomia degli atenei, da un lato, ha reso i concorsi locali meno trasparenti e più soggetti all’arbitrio delle commissioni, mentre, dall’altro, la creazione di apparati e organi decisionali (si pensi all’Anvur) ha burocratizzato e affidato a dinamiche bibliometriche – cioè fondate su modelli quantitativi e qualitativi statistici e numerici, solo apparentemente trasparenti – la selezione dei candidati. Risultato? Il merito e la trasparenza sono elementi sempre più lontani dalle logiche che s’impongono nei concorsi universitari. Ci vorrebbe un maggiore controllo da parte degli organi ministeriali preposti, la possibilità di intervenire in casi di palesi irregolarità, per esempio evitando alle commissioni la possibilità di agire ritagliando i criteri di selezione della singola cattedra sulle misure del candidato predestinato. E, infine, si dovrebbe avere il coraggio di fare una scelta decisa e netta tra il metodo della cooptazione, attualmente vigente nella sostanza dei fatti, e quello, molto più serio, del concorso pubblico nazionale, come accadeva un tempo”.

Non è possibile essere certi, però, che la vicenda aprirà realmente un dibattito valido e finalizzato a concreti obiettivi di miglioramento e non si estinguerà, al contrario, insieme al polverone mediatico. Conclude Scirè: “Io ho denunciato il mio concorso molti anni fa, in tempi non sospetti, ma ne ho pagato le conseguenze sulla mia pelle e sono stato isolato. La vicenda di questi giorni ha assunto, invece, – ed è questa la grande differenza -, una sorta di detonatore per casi e situazioni già in via di svolgimento, ed ha avuto un’enorme risonanza mediatica, per cui il dibattito, tra docenti, ricercatori, giornalisti, ha preso finalmente vigore. Nel frattempo, sia i giudici amministrativi in molte sentenze, sia le procure, hanno iniziato e proseguito un’azione, tempestiva e utilissima, di scandaglio e di controllo, a seguito di nuove denunce. Azione fondamentale perché quella gran parte di docenti per bene rispettosi delle regole e attenti a premiare il merito, possa riuscire finalmente a isolare coloro che si sono macchiati di palesi irregolarità e scardinare così (o almeno rendere migliore) il meccanismo di reclutamento e di selezione della classe universitaria. È sempre necessario il contributo di tutti, in questo caso di stampa e magistratura in testa, ma soprattutto un moto forte dell’opinione pubblica. Sperare che l’ambiente universitario si autoriformi e si dia delle regole da solo si è rivelata un’utopia”.

Debora Guglielmino

Classe '94, la passione per l'informazione e il giornalismo mi accompagna sin da quando ero ancora una ragazzina. Studentessa di Scienze della Comunicazione, amo la lettura e le atmosfere patinate ed eleganti tratteggiate nei romanzi della Austen. Appassionata e ambiziosa, sogno di poter un giorno conoscere il mondo e di raccontarlo attraverso una penna e un taccuino.

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