Troppa teoria e poca pratica: l’università non prepara al mondo del lavoro

Una fetta sempre più consistente di giovani laureati e laureandi lamenta serie difficoltà nel trovare lavoro nel settore studiato per anni, a causa della mancata esperienza a livello pratico. Questo requisito, però, è paradossalmente reputato essenziale fra i datori di lavoro.

Questa problematica è la rappresentazione di uno spaccato sociale in cui la cultura e gli anni di studio vengono svalutati, seppur richiesti, a favore di una gettonata esperienza lavorativa che, nella maggior parte dei casi, un giovane di certo non possiede prima dei 25/ 30 anni. I motivi sono molteplici, e da tutti conosciuti: la difficoltà di conciliare lo studio con l’attività lavorativa, la crisi economica e la mancanza di posti di lavoro, e, soprattutto, la scarsa o nulla preparazione pratica offerta dalle Università, concentrate ad offrire unicamente un (seppur ottimo) sapere teorico.

In Inghilterra, Germania, Stati Uniti e in molti altri sistemi universitari esteri la musica cambia decisamente. Infatti, sebbene puntino molto alla ricerca e alla specializzazione e meno al sapere accademico, lo studente estero parte avvantaggiato possedendo un bagaglio di nozioni pratiche di tutto rilievo. Si parte da nozioni semplici (direi basiche) ma che, per la maggior parte, sono poco ovvie: come scrivere un CV efficace, come prepararsi per un’intervista di lavoro, cosa cercano le aziende in un laureato, fino ad arrivare a veri e propri tirocini retribuiti atti alla specializzazione in un determinato campo. La University of Kent, ad esempio, offre un servizio di consulenza molto efficace per studenti in cerca di lavoro: revisione del CV o della lettera di presentazione, simulazione e valutazione di colloqui di lavoro ed altri servizi simili per gli studenti, oltre a una sterminata banca dati sulle opportunità di lavoro e volontariato nella regione circostante.

Certo, è pur vero che ogni esperienza universitaria è un mondo a sé stante, e di sicuro i ragazzi provenienti da facoltà scientifiche (CTF, Chimica, Ingegneria, Medicina, Fisica) in Italia riescono ad avere un approccio più concreto con le materie studiate e con il mondo del lavoro, rispetto agli studenti iscritti in un dipartimento universitario umanistico. La cultura, di stampo umanista e teorico, è preziosa ed utile  ad ampliare il proprio bagaglio di conoscenze storiche e lessicali, ma sembra, da molti anni, decisamente poco atta a garantire un roseo futuro e (soprattutto) un lauto guadagno.

Come è risaputo esiste poi un ampio divario tra Nord e Sud Italia, per cui i fondi per gli stage e gli enti convenzionati che permettono di far pratica sono carenti nel Mezzogiorno d’Italia, e questo contribuisce, purtroppo, a confermare il sempreverde divario dal punto di vista economico/ sociale che relega eternamente il sud al ruolo di “Cenerentola” della nostra nazione.

I giovani sono quindi costretti, al fine di immettersi nel mondo professionale prima possibile, ad accettare stage spesso mal retribuiti, piuttosto che investire tanti soldi in una formazione di “alto livello“, come un master o un dottorato, che potrebbe garantire loro buone conoscenze.

La (dura) realtà è che sembra manchi la voglia di investire tempo e, in particolar modo, denaro nella formazione di un giovane laureato.  Molti si ritrovano quasi rassegnati di fronte alla prospettiva di non avere una pensione nel futuro, e vedono lontano nel tempo il progetto di costruirsi una famiglia.

Giusy Palazzolo

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Giusy Palazzolo

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