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Spopolano i selfie tra i giovani: quando una tendenza può trasformarsi in tragedia

Correva l’anno 2014, quando, nel corso dell’annuale cerimonia dei premi Oscar presso il Kodak Theatre di Los Angeles, l’attrice statunitense Ellen DeGeneres realizzò, con alcuni colleghi, un autoscatto “storico”, di lì a poco rimbalzato su tutti i social networks e artefice di una vera e propria moda, quella del selfie, divenuto parte integrante della nostra “vita social” su Internet. Tuttavia, nonostante i milioni di selfies scattati in tutto il mondo giorno dopo giorno, aumentano sempre più i casi di morti dovute ad una semplice foto trasformatasi in tragedia.

 

Come può una fotografia portare alla morte di una – e in alcuni casi – di più persone? Per rispondere a questa domanda, che ha scomodato molti esperti in tutto il mondo, sarebbe opportuno, per prima cosa, capire cosa sia un selfie; come si può leggere nei più recenti vocabolari, infatti, il selfie è una foto scattata rivolgendo il dispositivo verso sè, ritraente una o più persone, che si distingue dal tradizionale autoscatto in quanto viene generalmente scattata tramite uno smartphone o qualsiasi dispositivo mobile ed è sempre destinato alla condivisione sui social, senza alcuna finalità o valore artistico. Data la grande popolarità del fenomeno, in molti si sono chiesti cosa ci spinga a scattare un selfie; e secondo alcuni psicologi, analizzando un campione di studenti compresi tra i 18 ed i 21 anni, il selfie si traduce in un gesto di mera apparenza, quasi narcisistico, che ci pone in una condizione di sostanziale autoconvinzione, a tal punto che ci riteniamo più belli e magari più attraenti agli occhi degli altri (anche se, spesso, l’opinione altrui è tutt’altra).

Se l’intenzione del selfie è veramente quella di mostrarci agli altri con vanto, insieme a quella di far ridere o ritrarre un momento della nostra vita, non sorprende che esso diventi un’occasione di esibizione personale ad un pubblico, proprio quello dei social. Ma ogni esibizione che si rispetti, deve essere speciale, se si vogliono avere più “like” di gradimento. E allora, ecco che alcuni giovani decidono di ritrarsi nelle avventure più spericolate, in un vero e proprio gioco con la sorte; ed è risaputo che la sorte, sovente, è beffarda e non guarda in faccia nessuno. L’ultima tragedia attribuibile ad un selfie – seppur smentita dagli inquirenti – è di qualche giorno fa e riguarda la morte di un ragazzo di 13 anni che, secondo le prime ricostruzioni, pare fosse stato investito da un treno mentre si trovava con altri due amici su un binario ferroviario. Recentemente, nel Nord Italia si è diffuso il caso mediatico relativo ai selfie di alcune giovani ragazze che hanno imprudentemente sostato sui binari di un passaggio a livello con le sbarre abbassate, aspettando l’arrivo del treno. Sono una decina i casi complessivamente segnalati nel 2016, relativi a bravate giovanili puntualmente immortalate.

Nel mondo, il numero dei “selfie mortali” aumenta sempre più, coinvolgendo adolescenti e non : dalla donna inglese morta mentre pedalava in bici, al turista accidentalmente scivolato su una scogliera. Sia soli che in compagnia, il selfie può diventare un pericolo; di pochi mesi fa  è il caso di alcuni studenti indiani che sono annegati tentando di salvare a loro volta una collega caduta in acqua mentre si accingeva a scattare un selfie nei pressi di un bacino idrico. La Russia, inoltre, sembra detenere un triste primato in merito, con oltre 130 giovanissimi morti in pochi mesi; e proprio dalla Russia, è nata una campagna nazionale volta a contrastare un fenomeno connesso, il “Daredevil Selfie“, la moda del selfie pericoloso, nata da un ragazzo russo intento a fotografarsi in cima ai grattacieli più alti al mondo.

E anche in questo caso, si fatica a trovare un colpevole. Una generazione, quella dei “duemila” con poca testa sulle spalle o genitori con scarso senso di responsabilità? O ancora, saranno forse i social ad aver inghiottito il nostro cervello? Il quesito è aperto, ma le soluzioni sono sempre meno efficaci.

A proposito dell'autore

Luciano Simbolo

Aspirante giornalista, praticante studente, occasionalmente musicista. Collaboratore dal 2016, studia Lettere moderne presso il DISUM di Catania. I tre imperativi fondamentali? Scrivi, viaggia, suona ma senza dimenticare la pizza e lo sport.

Università di Catania