
Nato nel 1939, aveva 77 anni il filosofo bulgaro considerato uno dei massimi intellettuali contemporanei, spentosi dopo lunga malattia in Francia, dove si era trasferito già da tempo. Aveva cominciato come raffinato critico letterario, poi si era dedicato agli studi filosofici e antropologici, fino a produrre opere di straordinaria originalità sul tema dell’alterità, sull’esperienza concentrazionaria e sulla socialità umana.
Una delle sue opere più famose era La paura dei barbari, in cui Todorov teorizzava il rischio della deriva violenta dell’Europa: a causa del clima di paura e tensione perenni, il rapporto con l’altro può diventare sempre più difficile. A questo proposito, diceva tempo fa in un’intervista a Repubblica, subito dopo l’attentato di Nizza: “Dobbiamo evitare di diventare anche noi dei ‘barbari‘, di diventare torturatori come quelli che ci odiano. Il multiculturalismo è lo stato naturale di tutte le culture. La xenofobia, le pulsioni sull’identità tradizionale non sono destinate a durare. Una cultura che non cambia è una cultura morta“. A proposito della società attuale e del suo futuro, Todorov sosteneva: “Le offese e gli attentati che abbiamo subìto sono gravi, ma non penso che mettano in pericolo la sopravvivenza della democrazia. Al contrario, si assiste a una convergenza delle forze politiche del Paese e a un rafforzamento della solidarietà in seno alla popolazione. Intensificare la raccolta di informazioni continuerà a essere una misura indispensabile, a patto che resti sotto il controllo giudiziario. I nemici interni invece seguono un altro percorso“. A questo proposito, nel 2015 Todorov aveva partecipato al festival RepIdee di Repubblica a un incontro insieme al direttore Ezio Mauro dal titolo Vigiliamo sulle derive della democrazia.
Appena ventiquattrenne, Todorov era approdato a Parigi proveniente da un Paese nel quale il regime comunista aveva annientato ogni forma di libertà intellettuale. Più tardi avrebbe definito il «socialismo reale» di marca staliniana «una scuola di nichilismo», capace di erodere ogni slancio ideale. In Francia, Paese di cui avrebbe assunto la nazionalità nel 1973, Todorov si era subito distinto tra gli allievi del grande critico e semiologo Roland Barthes come studioso di filosofia del linguaggio. Le sue prime opere sono di argomento letterario. Aveva curato nel 1965 la raccolta antologica I formalisti russi e pubblicato nel 1970 il saggio La letteratura fantastica.
Sino all’ultimo Todorov era rimasto una della voci più autorevoli della cultura europea, sempre pronto a denunciare i lati oscuri della modernità e le involuzioni dell’opinione pubblica in senso egoista e xenofobo. Difficile negare l’attualità di un suo forte monito: «Il pensiero strumentale dimentico dei fini e la depersonalizzazione degli esseri non regnano soltanto nei campi di concentramento». Anche il fanatismo jihadista, ripeteva, va affrontato senza sacrificare i nostri princìpi: «Il nemico è anche interiore, i nostri demoni ci spingono ad assomigliare all’avversario per combatterlo meglio. Ma terrorizzare i terroristi significa diventare come loro».
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