Tasse universitarie: dal portafoglio degli studenti ai finanziamenti dello Stato

Ogni anno è noto che uno studente, con una chiara determinazione nell’intraprendere un percorso di studi universitario, al fine di completare la sua istruzione e di realizzare il suo sogno di affermazione personale nel mondo del lavoro e nella società dei ruoli, si pone una domanda fondamentale, mai sciocca, come si vuol far credere, né, tantomeno, poco diffusa: riuscirò a provvedere ai vari e pressanti costi della mia carriera universitaria?

Nonostante, infatti, le mille agevolazioni, dalle borse di studio erogate dal Ministero, dagli Atenei e dalla Regione, dalle detrazioni fiscali per i detentori di un reddito minimo ai fondi e i bandi europei, stanziati per garantire il diritto allo studio di qualsiasi cittadino comunitario, è innegabile affermare, ancora una volta, che i costi , tra tasse-tributi, libri di testo, ecc.., rimangono fin troppo alti. In questo modo, ragazzi promettenti si tengono lontani da questo percorso formativo di grande importanza, non solo a motivo della sua funzione propedeutica per un impiego lavorativo, ma soprattutto per il clima stimolante, improntato all’arricchimento culturale, mentale, personale, offerto a chiunque nutra una passione specifica, conducendolo al conseguimento dei suoi obiettivi attraverso una sfida che dirotterà per sempre la sua vita.

Ciò accade probabilmente per due motivi:

1) innanzitutto, l’insufficienza dei mezzi dello Stato, utilizzati per fronteggiare la progressiva diminuzione di iscrizioni all’università, dovuta al sempre più comune detto “ sia con la laurea, che senza, comunque lavoro non se ne trova”;

2) Secondo alcuni, è anche conseguenza della marcata autonomia assunta negli anni dalle università ,che dovendo cercare di reggersi sui piedi storti dello Stato,risentono ciascuna dell’appoggio di un bastone diverso, chi più grande chi più esile.

Ed ecco che allora, per sopperire ai buchi creatisi nonostante i € 6.919.317.619 di finanziamenti del Miur – un terzo rispetto a quelli di Francia e Germania – uno studente universitario si ritrova a pagare tasse di un peso non indifferente rispetto anche agli standard europei. Ma qual è il senso di queste tasse, come vengono redistribuite e come sono composte? Ebbene, le tasse universitarie non sono uguali per tutti, variano di regione in regione, di università in università,di corso in corso. La tassa di iscrizione si struttura secondo 4 componenti: imposta fissa di bollo, circa €16, tassa regionale, intorno ai €140, e la tassa minima di iscrizione fissata dal Ministero dell’Istruzione,che ammonta a €202. Seconda e terza rata,constano dei contributi-rispettivamente corrispondenti al 50% del totale – che ogni studente in base al proprio ISEE deve versare: e sono proprio questi a fare la differenza. Se nell’Unict l’ammontare massimo delle tasse è fissato in € 1.280,00, nell’UniPi (l’Università pisana) corrisponde a 2.208,00 nell’Unimi l’importo massimo è fissato tra i €3136,00 e i €3389,00 (in base al tipo di corso).

Non è un caso che la suddivisione per Isee sia diversa e che mentre a Catania il reddito massimo si consideri superiore a €51000, a Milano, stimata il capoluogo più ricco d’Italia, corrisponda a €70980 e mentre nella prima chi mantiene un reddito inferiore a €15000 non è tenuto a pagare relativamente nulla, a Milano chi dichiara meno di €14000 deve contribuire con un importo minimo .

Il criterio, con cui queste rate vengono redistribuite, avviene ovviamente sulla base di un nobile desiderio: il tentativo di restituire equità al sistema contributivo. Questa è la risposta a un sistema che tenta di donare il diritto allo studio a chiunque, ma che dimostra una capacità amministrativa nell’ambito dell’Università e della Ricerca (l’Italia è riuscita a conquistarsi solo 1,176 miliardi rispetto a Germania e Inghilterra,che ne hanno conquistati il doppio,rispettivamente 2,574 e 2,172) nettamente inferiore a quella degli altri paesi. Conseguenza che non permette a un Paese così ricco di cultura, da fare invidia ai nostri colleghi d’oltreoceano, di creare nessun tipo di concorrenza con il resto del mondo, imponendo ai ricercatori la via della collaborazione con imprese private o della fuga verso Stati che li possano finanziare. Il finale, per nulla è a lieto fine, sancisce un crescente rimpianto dell’Italia, madre di grandi menti e personalità, che si sentono quasi in dovere di fuggire di casa ,senza che lei, dormiente, se ne renda nemmeno conto.

Marta Principato

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