Perché i giovani in Sicilia non hanno votato? Risponde il prof. Biuso

Sempre più alto il tasso di astenuti in Sicilia. Il fenomeno non è né nuovo né estraneo alla nostra regione, eppure livelli così alti come quelli raggiunti lo scorso 5 novembre sono da analizzare e comprendere. Tra i tanti che non sono andati a votare, i giovani  siciliani costituiscono una fetta sostanziosa. Con il contributo del prof. Alberto Giovanni Biuso, abbiamo cercato di comprendere le cause sociologiche del crescente astensionismo.

Le votazioni per il rinnovo dell’Ars e l’elezione del suo Presidente si sono concluse da poco, ma il fatto sembra già essere passato in secondo piano. Eppure un dato caratterizzante di queste elezioni merita di suscitare l’interesse dei siciliani: la maggioranza degli aventi diritto di voto ha disertato le urne. La maggioranza, tra cui moltissimi sono i giovani, ha scelto il partito dell’astensionismo. A partire da questo dato, LiveUniCT ha chiesto al docente dell’Università degli Studi di Catania, prof. Alberto Giovanni Biuso di rintracciare le cause sociologiche del fenomeno dell’astensionismo.

  • Il calo dell’affluenza alle urne è tra i dati più rilevanti raccolti all’indomani delle elezioni del 5 novembre. Il 53,23%, in pratica la maggioranza degli aventi diritto, non ha espresso il suo voto. E in questa maggioranza una fetta predominante è composta dai giovani. Come vanno interpretati questi dati?

“Intanto penso che l’astensionismo sia un fatto che in Sicilia va al di là delle generazioni e riguarda tutto il corpo elettorale e sociale. Prima di tutto c’è un dato complessivo sull’astensione che in percentuale riguarda sia la distribuzione geografica sia quella per età sia la distribuzione per ceti sociali. Ad esempio è abituale che si registri una maggiore partecipazione in alcune aree delle province della Sicilia orientale e meno in altre aree della regione. Poi c’è il caso di Palermo che costituisce un contesto particolare, visto che è anche il luogo in cui hanno sede gli organismi istituzionali del potere in Sicilia. In ogni caso, il dato è molto significativo”.

  • Quindi si tratta di un fenomeno complesso. É possibile rintracciare le cause che producono il dilagare dell’astensionismo?

“Che soltanto il 47% sia andato a votare significa che più di uno su due non lo ha fatto. Ora, in generale le motivazioni di un’astensione elettorale, possono essere molto diverse tra loro. É un fenomeno per cui la riflessione sociologica non può giungere a una spiegazione monocausale: le motivazioni possono essere varie. In primo luogo, nelle elezioni libere, una percentuale di popolazione che non si reca alle urne è sempre fisiologica e può costituire anche il 20% del totale. Un altro motivo, che a me sembra molto significativo e riguarda qualunque fascia di età, compresi i giovani, è la rassegnazione: si pensa che le elezioni non apportino alcun cambiamento. Il disincanto può essere provocato dall’esperienza diretta, ma anche indiretta, ad esempio nel caso dei giovani. E se un’attività non ottiene effetti, allora non ci si crede più. Quindi le persone non vanno alle urne. Un terzo motivo è la presenza totale e pervasiva della Chiesa cattolica, che è sempre stato un freno formidabile per sua natura, specialmente nel Sud Italia. La Chiesa cattolica è conservatrice di per sé, dato che rappresenta un elemento sacrale immutabile e influenza particolarmente la comunità nazionale italiana e ancor di più quella della Sicilia. Una componente anticostituzionale è infatti sempre presente nei comportamenti della Chiesa in Italia. Un quarto motivo può essere invece molto diverso e legato alle condizioni economiche e politiche attuali. Intendo dire, c’è una contrazione nella finanza pubblica e questo comporta che sia i politici che gli amministratori non possono promettere quello che promettevano prima perché non ci sono i soldi, perché non ci sono le risorse. Certamente non mancano i casi in cui questo avviene e lo dimostra il fatto che nelle ultime elezioni regionali ci sono state percentuali di preferenze incredibili per un singolo deputato. In un contesto in cui uno su due non è andato a votare, candidati che hanno ottenuto 10.000, 15.000, addirittura 32.000 voti personali di preferenza significa che certamente in quel caso delle promesse sono state fatte. Ma in generale ciò accade meno a causa della contrazione finanziaria. Questo è rilevante perché, soprattutto in Sicilia, molti si recano a votare per avere un favore in cambio, cioè si realizza il cosiddetto voto di scambio.

  •  Quindi cosa si sostituisce alla pratica del voto di scambio in vista del mantenimento di una promessa?

“Si sostituisce, prima di tutto, l’astensionismo e poi il grande successo del Movimento 5 Stelle. Infatti, anche se non è riuscito a raggiungere la presidenza, risulta essere il primo partito in Sicilia, raggiungendo  il 28% correndo da solo, mentre gli altri come singole liste hanno preso molti meno voti. In terzo luogo: la pratica del voto di scambio non è affatto tramontata e quindi c’è ancora chi si affida all’usato sicuro, cioè alle promesse in ogni caso, in mancanza di meglio.”

  •   Esiste la possibilità che l’astensionismo, giovanile e non, sia una forma di protesta? Il dubbio che la parola protesta sia inadeguata per descrivere il fenomeno dell’astensionismo, sorge spontaneo se al termine si associano immagini di cortei, scontri, megafoni e slogan…

“Il termine protesta è un termine che andrebbe specificato molto bene oppure si rivela essere troppo vago. Io non lo userei perché è molto ambiguo e bisognerebbe capire cosa si intende. Inoltre nelle elezioni regionali, una lista che poteva rappresentare un voto di protesta c’era ed era il Movimento 5 Stelle. Esiste la possibilità che l’astensionismo sia usato come forma di protesta, ma è un fattore minoritario. Invece, per quanto riguarda l’astensionismo giovanile, valgono le cause viste prima, e il fatto che nei giovani esse si accentuano ancor di più. Quindi: maggiore disincanto e rassegnazione, maggiore propensione verso un voto di protesta, maggiore spinta ad accettare la pratica del voto di scambio con la promessa di un lavoro. Oppure si va proprio via, sia in senso fisico che in senso metaforico, cioè non si partecipa.”

  •  In Sicilia il tasso di disoccupazione giovanile raggiunge il 57% e secondo l’Istat, il 55,4% delle famiglie vive a rischio povertà o esclusione. Questo scenario, unito al fenomeno dell’astensionismo, potrebbe mai alimentare degli scontri di piazza?

“Qui la prendo alla lontana. L’Italia è il paese dove non si è mai verificata una rivoluzione, mai, ma ha avuto molte rivolte. Direi che possiamo intendere bene la situazione siciliana attraverso la differenza tra queste due parole: rivoluzione e rivolta. Una rivoluzione è caratterizzata da radici profonde, partecipazione estesa ed è sostenuta da un progetto. La rivolta, detta anche jacquerie, nasce per esasperazione, è una dimostrazione di tutto il proprio malcontento e dell’insostenibilità della situazione in cui si vive e che si manifesta attraverso uno sfogo violento. Questo però, non avendo delle radici è come un seme piantato in superficie che dopo un po’, anche se riesce a fiorire, secca. Allora, l’Italia ha avuto molte jacqueries: nel Medioevo e in età moderna; quella guidata da Masianello; la rivolta napoletana del 1799 e poi la rivolta a noi vicina, di Bronte nel 1860, durante la spedizione dei Mille. La novella di Verga “Libertà”, spiega bene questa vicenda. I contadini per libertà intendevano l’ottenimento della terra. Allora massacrano i notabili, però poi non hanno un progetto, non hanno radici. Interviene Nino Bixio e fucila 5 contadini a caso e la jacquerie è bella e finita e non cambia niente. Testi come quello di Verga e come il Gattopardo mostrano come in Italia e in Sicilia ci siano state soltanto delle rivolte. E quindi per ritornare alla domanda:  la situazione di malcontento e malessere attuale sta generando una diminuzione drammatica della partecipazione politica in Sicilia. Se fino al decennio scorso c’è stata una grande mobilitazione, ad esempio contro le installazioni statunitensi a Comiso e contro il Muos a Niscemi, il trasformismo di Crocetta, e qui mi permetto un giudizio politico e non scientifico, che era stato eletto promettendo che queste pericolosissime installazioni non si sarebbero accettate e poi, arrivato al potere, le accetta, significa un tradimento delle speranze dei cittadini e di conseguenza il diminuire delle manifestazioni perché non si intravede un esito. Ecco, questa è una ragione di scandalo gravissima perché ci si fa eleggere su una base programmatica e poi non la si rispetta. Non andare a votare è l’esito di questo e, ribadisco, di molti altri fattori.”

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