TECNOLOGIA – I social plasmano il cervello, ma quanto ci dicono delle relazioni sociali?

Le ore trascorse sui social, da Facebook a Twitter, sono molteplici durante la giornata e alcuni studi hanno dimostrato che le attività svolte sul web plasmano i cervelli, ma rimane sempre una domanda aperta: riescono a migliorare anche le relazioni sociali?

Si è a lungo parlato, soprattutto nell’ultimo periodo, del fenomeno degli hikikomori, gli adolescenti che a causa di un rapporto conflittuale con i loro coetanei o con la società attuale decidono di confinarsi all’interno delle loro stanze. Chi non conosce questo fenomeno lo attribuisce aduna conseguenza della dipendenza dai social, tuttavia è stato a lungo dimostrato che si tratta di un problema differente e i social, insieme all’università, sono uno dei mezzi che possono aiutare chi ne è colpito a venirne fuori.

Accanto a questo ruolo dei social si affianca quello di plasmatori. Alcuni studi condotti dall’Università della Pennsylvania, nella rivista Pnas, hanno dimostrato che gli impulsi che impazzano sul cervello il più delle volte si trasformano in post su Facebook o in messaggi immediati e brevi su Twitter. Lo studio, tuttavia, si è concentrato non solo sul dinamismo che può derivare dall’utilizzo costante dei social, ma anche sulle diverse tipologie di relazioni che ciascun giocatore ha con la sua cerchia di amici sui social. La ricerca ha preso avvio a partire dalle risposte del cervello all’esclusione sociale ed è stata condotta su 80 adolescenti, d’età compresa tra 16 e 17 anni, mentre giocavano con Cyberball. Attraverso la risonanza magnetica funzionale è stato notato che il ragazzo che gioca insieme ad altri due membri fittizi è spinto a credere che quest’ultimi siano reali.

Ciò che avviene durante il gioco è che i giocatori virtuali inizialmente passano la palla a quello reale, ma in una seconda fase quest’ultimo viene escluso. Ad essere state analizzate non sono state le attività cerebrali, ma i risultati della risonanza con l’analisi dei profili social dei partecipanti. Da una parte è emerso che chi aveva una rete di contatti meno coesi e con amici non erano reciprocamente amici mostravano dei cambiamenti nel sistema di mentalizzazione, al contrario di chi aveva una rete di contatti social omogena ma con regioni cerebrali meno legate tra loro.

Emily Falk, docente di Psicologia e Marketin, sostiene a tal proposito che se le persone di una cerchia sono diverse tra loro significa che il sistema di mentalizzazione sia dinamico e che quindi si sia aperti a più avvenimenti e a una maggiore capacità di reazione di fronte a questi.

 

 

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