Donne a lavoro migliorano economia: lo conferma il Fondo Monetario Internazionale

Quale ruolo riveste oggi la donna nella società? Il ruolo della donna nella società è certamente cambiato parecchio nel corso della storia, fino ad aver assunto ormai quello di mamma-lavoratrice a tempo pieno, che conosciamo bene. Se per secoli le donne si sono riconosciute unicamente nel ruolo di madri, adesso, però, è nell’ambito lavorativo ed economico che la donna sperimenta e realizza se stessa, dando contemporaneamente un contributo decisivo alla crescita di un paese. 

“Più donne entrano nel mercato del lavoro, maggiore è la crescita economica di un paese.” Questo è quanto affermava l’analista Kathy Matsui, nel 1999, divenuta celebre per uno studio pionieristico condotto intorno al tema del peso delle donne nell’economia, da cui nacque la teoria “Womenomics”. La teoria, il cui termine coniato dalla studiosa di origine giapponese mette insieme le parole “women” (donne) e “economics” (economia), venne portata come elemento a favore della ripresa economica dalla crisi di recessione che attraversavano in quel periodo paesi come il Giappone.

Come sosteneva la Matsui, puntare sull’occupazione femminile rappresenta un vantaggio competitivo per l’economia (non soltanto in tempi di recessione e crisi economica), a confermarlo è Cristine Legarde attuale Direttrice operativa del Fondo Monetario Internazionale. Lo studio realizzato dal FMI, prendendo in esame le pratiche di più di due milioni di società in 34 paesi d’Europa, infatti, ha rivelato che l’aumento del numero di donne ai vertici decisionali delle società e nei consigli di amministrazione, è associato direttamente ad una migliore performance finanziaria della società, il che permetterebbe alle società di fare maggiori investimenti a livello aziendale e nella produttività. Ne consegue la necessità, se non la convenienza di aumentare la forza lavoro femminile e le donne in ruoli di dirigenti, amministratori e decision maker.

Certo, bisogna considerare che, nonostante varie politiche sono state messe in atto a favore della parità di genere, la partecipazione femminile nel mondo del lavoro risulta ancora inferiore a quella della controparte maschile. In Italia, ad esempio, le donne rappresentano il 41% della forza lavoro contro il 48% e 46% di paesi come Svezia ed Inghilterra. Inoltre, il nostro paese risulta, secondo i dati riportati dal Global Gender Gap relativi al 2016, al 50esimo posto della classifica  su 144 paesi riguardo la parità di genere. 

Resta il fatto che, anche dove oggi le politiche contro la discriminazione di genere sono effettive e  le donne non hanno restrizioni legali contro il diritto al lavoro, godendo dello stesso livello di educazione degli uomini ci sono altri motivi non trascurabili che determinano o limitano la decisione delle donne ad entrare nel mondo del lavoro, strettamente legati alla carenza di politiche sociali e servizi adeguati offerti dagli stati, dalle istituzioni pubbliche o dalle imprese private verso cui lavorano. Tra queste ragioni, ad esempio la disponibilità di sufficienti servizi di asilo nido, di congedo parentale risultano condizionare la scelta delle donne circa la possibilità di lavorare e circa la scelta di quale lavoro svolgere, talvolta indirizzando le donne verso tradizionali e stereotipati lavori “adatti alle donne”, come estetiste, sarte, addetti alle pulizie, insegnanti di scuola pre-primaria ecc.

Per di più, in paesi come il nostro, si aggiunge il sovraccarico di lavoro in casa che ancora ricade quasi esclusivamente sulle spalle delle donne. Culturalmente, il nostro paese è rimasto fisso al ruolo della donna nella società come madre e casalinga, nonostante ormai da anni lavori fuori casa come l’uomo o il marito, la donna, tornando a casa, trova la stessa mole di lavoro, pulizie e faccende dei tempi in cui era soltanto madre e casalinga. Da qui nasce la costante tensione e domanda cruciale di molte donne: famiglia o carriera? Una tensione che potrebbe benissimo essere risolta ripensando ai ruoli familiari, modificandoli in relazione ai ruoli economici verso una maggiore collaborazione e cooperazione tra uomo e donna in casa, proprio come sono riusciti a fare nei paesi del Nord Europa, senza che la donna debba rinunciare alle proprie ambizioni lavorative e a posti di prestigio per l’impossibilità di conciliare famiglia e lavoro.

E’ evidente, nonostante i grandi passi in avanti nei paesi sviluppati, che la strada verso la parità di genere è ancora lunga, non soltanto perché esistono paesi nel mondo in cui le donne non godono neanche di quei diritti, che noi definiremmo fondamentali, ma anche perché negli stessi Stati democratici, rimangono percepibili differenze di opportunità e disuguaglianze, sia in campo socio-economico, sia in campo politico, tra uomo e donna.

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