Intervista a Luca Naso, Emanuele Pecora e Filippo Caruso: tre talenti ex Unict

20131019_110053«Perché ho deciso di tornare in Sicilia? Perché dopo la mia formazione all’estero mi è sembrato opportuno chiudere un cerchio»: è questa la spiegazione che Luca Naso offre al termine del suo intervento ai numerosi invitati della la conferenza “Talenti del Sud per sfidare la crisi”. Ma il nostro paese può davvero offrire un punto di arrivo per chi intende fare della ricerca e dell’innovazione il proprio mestiere? Questa è la domanda rivolta a Luca Naso, Emanuele Pecora e Filippo Caruso, le tre giovani menti catanesi intervenute. La cui difficile risposta passa sicuramente attraverso le loro esperienze vissute all’estero, da Pechino agli Stati Uniti. I loro contributi, presentati dal rettore Giacomo Pignataro, hanno donato ai presenti una “boccata di ossigeno e di ottimismo”, come ha dichiarato l’On. Laura Boldrini, ospite d’eccezione dell’Ateneo.

Al termine dell’incontro, abbiamo intervistato i tre ragazzi sui temi dell’università, della ricerca  ma soprattutto sull’università e su come vedono la ricerca scientifica in Italia.

Partiamo dal nuovo eldorado offerto dal settore delle start-up.Il microcosmo catanese può considerarsi alla pari rispetto al resto d’Italia o ancora risente di qualche lacuna nei confronti dei maggiori atenei?
Luca Naso: «Io credo che l’ambiente catanese sia molto positivo.Non posso fare un confronto diretto col resto d’Italia perché non sono in contatto con queste realtà ma conosco qualcosa della situazione in Cina, Israele e Stati Uniti: considero proprio questi ultimi due i paesi al top in questo ambito» – ci dichiara il giovane CTO di Edisonweb- «Ritengo che Catania stia facendo molto bene e che debba continuare su questa strada: l’unico suggerimento che mi sento di dare è di cercare di essere concreti: i fondatori devono puntare tutto sulla realizzazione della loro idea e non a tutto ciò che è di contorno: non pensate a diventare famosi, non pensate a far sapere che siete CEO, pensate solo a quello che volete realizzare e fatelo».

Cosa pensi del mito dell’università italiana e dei rapporti di sponsorizzazione da parte di imprese private: è una collaborazione che funziona davvero? E’ auspicabile che arrivi in Italia oppure rappresenta quasi un’utopia?
Emanuele Pecora: «É un processo che funziona perché non esistono ricerca di base o ricerca applicata, ricerca buona o ricerca meno buona. Il fatto che un’azienda investa in ricerca tramite l’università mi sembra una cosa ovvia e naturale. In Italia questo è poco attuato ma non a Catania dove c’è una fortissima collaborazione tra i centri di ricerca d’Ateneo e la cosiddetta “Etna Valley”: perciò è una strada da perseguire e un modello sicuramente vincente».

Emanuele, adesso tu lavori alla Standford University, come vedi un tuo eventuale rientro in Italia?
Emanuele Pecora: «Non trovo sbagliato che le persone vadano all’estero, il problema dell’Italia non è che la fuga dei cervelli. Mi preoccupa il fatto che l’Italia non riesca ad attrarre le eccellenze, siano esse italiane o straniere. Ad esempio il 75% dei professori della mia università non sono americani: questo vuol dire che la scommessa dell’Italia deve essere quella di diventare un centro di attrazione di eccellenze per competere a livello globale».

La Scuola superiore di Catania è considerata il nostro fiore all’occhiello: rappresenta davvero una scuola d’alto livello o rimane sempre la voglia di andare all’estero per studiare?
Filippo Caruso: «Grazie alla Scuola superiore sono riuscito a seguire i corsi di formazione avanzata,le conferenze all’estero e soprattutto ho iniziato a fare ricerca fin dal primo anno di università. Poter dare il mio contributo a pubblicazioni scientifiche è stato fondamentale per il mio percorso estero successivo. Un anno e mezzo fa, infine, ho avuto la fortuna di rientrare in Italia e di mettere in pratica quanto imparato all’estero».

Quale consiglio vuoi dare ai giovani che vanno all’estero per non bruciare questa opportunità?
Filippo Caruso: «Consiglio sicuramente di mantenere i contatti di collaborazione con il proprio Paese durante la permanenza all’estero e di approfittare delle occasioni in Italia come i progetti ministeriali. Questi possono costituire il primo passo per avere la fortuna di rientrare in Italia, sperando che diventi la base per gli anni futuri».

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